Per la comunità cristiana: Principi dell’ordinamento sociale

di Giacomo Funghi · Meglio conosciuto come Il codice di Camaldoli, Per la comunità cristiana compie quest’anno ottant’anni. In un periodo difficile, di difficile speranza, mentre gli equilibri della guerra volgevano a una svolta un gruppo di intellettuali della sezione dei laureati di Azione cattolica si riunirono dal 18 al 24 luglio del 1943 a Camaldoli per studiare, meditare e confrontarsi sulle questioni della ricostruzione dello stato dopo la guerra. Già papa Pio XII alla viglia di Natale del 1942 esortò i cattolici dicendo Non lamento, ma azione è il precetto dell’ora; non lamento su ciò che è o che fu, ma ricostruzione di ciò che sorgerà e deve sorgere a bene della società.

In quegli anni iniziò a nascere la necessità urgente tra gli intellettuali cattolici di confrontarsi alla luce della dottrina sociale della Chiesa sulle questioni della politica e dello stato in vista di una non troppo lontana ricostruzione. I conflitti tra Chiesa e stato avevano allontanato i pensatori cattolici dalle riflessioni sullo stato e quindi mancava una componente di pensiero fondamentale capace di riflettere in agire politico la dottrina sociale. A questo furono chiamati circa sessanta giovani, la maggior parte sotto i trent’anni (Aldo Moro 27, Andreotti 24) e in generale nessuno oltre i quaranta, a creare un testo per riflettere e studiare quali sarebbero dovute essere le linee guida dell’agire politico dei cattolici, perché <<le competenze non si improvvisano>> come si legge in un verbale dei lavori preparatori.

Due gli obbiettivi verso cui tendono tutte le proposizioni: il bene comune e la giustizia sociale; una l’ispirazione teologica: il personalismo, un approfondimento del pensiero tomistico che già monsignor Montini in un articolo di Azione fucina chiamava “Il nostro tomismo”.

Il codice è articolato in sette sezioni: lo stato, la famiglia, l’educazione, il lavoro, produzione e scambio, attività economica, vita internazionale.

Già la prima parte espone posizioni dirompenti con la cultura del tempo esprimendo la concezione moderna di stato: è l’uomo che crea la società civile e lo stato, i suoi bisogni, i suoi desideri, la sua personalità, i suoi diritti e la sua dignità precedono lo stato. Pertanto: <<6. Fine dello Stato è la promozione del bene comune, cioè a cui possono partecipare tutti i cittadini in rispondenza alle loro attitudini e condizioni; bene che i singoli e le famiglie non sono in grado di attuar, giacché lo Stato non deve sostituirsi ai singoli e alle famiglie (Rer. Nov. 28); bene conforme alla natura dell’uomo, essere formato di corpo e di spirito e preordinato a Dio (Pio XI, Mit Brennender, 8)>> e <<7. In concreto lo Stato deve riconoscere e rispettare i diritti inalienabili della persona umana, della famiglia, dei gruppi minori, degli altri Stati, della Chiesa. a) Persona umana. “Origine e scopo essenziale della vita sociale vuol essere la conservazione, lo sviluppo e il perfezionamento della persona umana, aiutandola ad attuare rettamente le norme e i valori della religione e della cultura, segnati dal Creatore a ciascun uomo e a tutta l’umanità, sia nel suo insieme sia nelle sue naturali ramificazioni” (Mess. Nat. 1942, n. 98)>>.

Per ogni tematica gli autori descrivono un ordinamento che garantisca i diritti delle persone e che permetta alle persone di sviluppare la propria personalità, non considerando solo le libertà individuali ma considerando anche la natura sociale dell’uomo e quindi le libertà collettive <<1. L’uomo è un essere essenzialmente socievole: le esigenze del suo spirito e i bisogni del suo corpo non possono essere soddisfatti che nella convivenza. Sennonché la convivenza familiare e la solidarietà dei gruppi intermedi sono insufficienti: perché l’essere umano abbia possibilità adeguate di vita e di sviluppo occorre che le famiglie si uniscano tra di loro a costituire la società civile. La quale perciò proviene direttamente dalla natura dell’uomo, remotamente da Dio che ha creato l’uomo socievole>>. Non si può non riconoscervi l’articolo due della Costituzione <<La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.>>. Discorso caro non solo a La Pira, ma anche a Moro, infatti, secondo lui la costituzione doveva essere antifascista e non afascista perché il fascismo era stato l’oppressione dei diritti e dello sviluppo della persona e della socialità.

Questi sono solo alcuni esempi del grande lavoro svolto da quei giovani laureati e un’altra cosa mi pare giusto di ricordare qui. Chi può deve impegnarsi. Quei cattolici che elaborarono il codice di Camaldoli risposero all’imperativo di amare il prossimo nella forma più alta di carità: mettersi insieme per costruire una società libera, giusta e di solidarietà. È un impegno a cui non ci possiamo sottrarre. Se consideriamo l’impegno dei cattolici del passato di fronte alle difficoltà del loro tempo, dalla non expedit, al partito popolare, all’associazionismo antifascista, alla costituente, alla dissoluzione dei grandi partiti, dovremmo riflettere oggi come rispondiamo a quell’imperativo. Imponenti sono le parole di Sergio Paronetto, principale coordinatore delle vicende di Camaldoli, a riguardo

<<A latere di discussioni e programmi per l’avvenire che impegnano tutta la nostra attenzione c’è una distinzione tra le parole e il fare, tra le chiacchiere e la vita. E mi par nettissima la nostra posizione, la nostra vocazione: è dalla parte del fare, con la croce, se vogliamo, dell’azione, non con la irresponsabilità e la comodità mentale di chi sta a guardare. Saremo dalla parte della barricata, dove si opera sugli uomini. Saremo tra quelli che verranno discussi e giudicati perché faranno, non fra quelli che giudicheranno e discuteranno. Saremo con quelli che sbaglieranno, non con quelli che troveranno da ridire, perché si è sbagliato; con quelli che avranno sempre torto, perché ci sarà sempre qualcuno che potrà dire ‘così bisognava fare, così io avrei fatto’. Posizione scomoda, forse. Ma guai a fuggire: bisogna impegnarsi, finché si può >>.