Sinodo sulla sinodalità. L’Instrumentum laboris

di Alessandro Clemenzia · Dal prossimo autunno, esattamente dal 10 ottobre 2021 saranno ormai passati due anni da quando Papa Francesco ha convocato in Sinodo la Chiesa universale. Tutto il Popolo di Dio è stato chiamato, a partire dalle proprie Chiese locali, a rispondere al presente interrogativo: «Come si realizza oggi, a diversi livelli (da quello locale a quello universale), quel “camminare insieme” che permette alla Chiesa di annunciare il Vangelo, conformemente alla missione che le è stata affidata; e quali passi lo Spirito ci invita a compiere per crescere come Chiesa sinodale?». Quanto via via emergeva a livello diocesano veniva poi sintetizzato dalle differenti Conferenze Episcopali e trasmesso alla Segreteria Generale del Sinodo. È stato così redatto da quest’ultima il Documento di Lavoro per la Tappa Continentale (2022), inviato poi nuovamente a ciascuna Chiesa locale per confrontarsi su di esso e fornire il materiale di lavoro alle diverse Assemblee Continentali; queste ultime, a loro volta, hanno presentato alla Segreteria del Sinodo quelle istanze ritenute fondamentali per ciascuna, per poterle poi far diventare oggetto di lavoro nella prima sessione dell’Assemblea sinodale (2023).

Sulla base di quanto risultato in questa prima fase di “ascolto”, è stato redatto il presente Instrumentum laboris (Il). Molti sono i temi qui affrontati; per questa ragione mi limito a far emergere, a partire da quelli che sono stati denominati “i segni caratteristici di una Chiesa sinodale”, quale significato di “sinodalità” viene assunto dal presente Il, che rappresenta, da un lato, il frutto di un percorso già avviato a livello di Chiesa universale, dall’altro, la prospettiva dentro la quale si muoverà la prima sessione dell’Assemblea sinodale.

Il primo elemento che viene sottolineato è che la Chiesa sinodale «si fonda sul riconoscimento della dignità comune derivante dal Battesimo, che rende coloro che lo ricevono figli e figlie di Dio, membri della sua famiglia, e quindi fratelli e sorelle in Cristo, abitati dall’unico Spirito e inviati a compiere una comune missione» (n. 20). Il Battesimo viene qui colto come evento da cui scaturisce «una vera corresponsabilità tra i membri della Chiesa» (n. 20).

Da questo significato di sinodalità, legato alla realtà sacramentale di tutto il Popolo di Dio, l’Il passa ad un altro, che chiama in gioco la dimensione strutturale della Chiesa, «in modo da costituire uno spazio in cui la comune dignità battesimale e la corresponsabilità nella missione siano non solo affermate, ma esercitate e praticate» (n. 21). Si tratta dunque di mettere in atto una riforma delle istituzioni ecclesiastiche per rivedere il modo in cui viene esercitata l’autorità nella Chiesa.

Dopo un approccio sacramentale e uno strutturale al tema della sinodalità, il terzo significato allude a un aspetto più ampio, in quanto fa riferimento a un particolare “stile sinodale”; si tratta in particolare di mettersi in ascolto di quanto oggi lo Spirito vuole affermare a tutti i battezzati «attraverso l’ascolto della Parola, l’ascolto degli eventi della storia e l’ascolto reciproco tra le persone e tra le comunità ecclesiali, dal livello locale a quello continentale e universale» (n. 22). Un vero e proprio stile, capace di trasformare le relazioni all’interno della comunità cristiana e di renderla una Chiesa umile, in un perenne atteggiamento di chiedere perdono per gli errori commessi e di voler imparare dagli altri. È sempre in questo “stile sinodale”, secondo l’Il, che la Chiesa può diventare in modo efficace un luogo di incontro e di dialogo a tutto campo. E qui vengono recuperati due temi ecclesiologici fondamentali: l’unità e il noi. Per quanto riguarda il primo, è scritto che una Chiesa sinodale «non ha paura della varietà di cui è portatrice, ma la valorizza senza costringerla all’uniformità» (n. 25); per quanto concerne il secondo, invece, si afferma la necessità di attuare un «passaggio dall’“io” al “noi”, perché costituisce uno spazio all’interno del quale risuona la chiamata a essere membri di un corpo che valorizza le diversità, ma è reso uno dall’unico Spirito» (n. 25).

Ed è proprio questa dinamica interna di unità/varietà, io/noi che permette alla Chiesa, spinta da «una sana inquietudine dell’incompletezza» (n. 29) e nutrita dal mistero che celebra nella liturgia, di affrontare ogni tensione al suo interno: «La sinodalità è una via privilegiata di conversione, perché ricostituisce la Chiesa nell’unità: cura le sue ferite e riconcilia la sua memoria, accoglie le differenze di cui è portatrice e la riscatta da divisioni infeconde, permettendole così di incarnare più pienamente la sua vocazione a essere «in Cristo, come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1)» (n. 28).

La sinodalità, dunque, sulla base dei diversi significati che abbiamo fatto emergere, fa riferimento alla realtà sacramentale di tutto il Popolo di Dio (e in particolare al Battesimo), a una vera e propria riforma strutturale della Chiesa e, infine, a uno “stile” ecclesiale. «Un termine per sé astratto o teorico come sinodalità ha cominciato così a incarnarsi in un’esperienza concreta» (n. 18), è scritto nell’Il. Ci auguriamo che da un punto di vista ecclesiologico si possa fare sempre più chiarezza su questo lemma, per evitare che esso possa assumere un significato onnicomprensivo, che è il modo più efficace per neutralizzare la valenza sinodale che ha caratterizzato la Chiesa dai suoi inizi.