«Amerikatsi»: un film per riflettere sulla speranza

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di Stefano Liccioli · Felice intuizione quella dell’ufficio catechistico dell’arcidiocesi di Fireze che, insieme, ad ACEC Toscana ha scelto il film “Amerikatsi” (2022) di Michael A. Goorjian per approfondire il tema giubilare della speranza. Sì, perché mi sembra proprio la speranza la chiave di lettura più significativa di questo lungometraggio il cui protagonista è Charlie Bakhchinyan. Si tratta di un armeno della diaspora che nel 1948 lascia gli Stati Uniti e torna nella madrepatria con il sogno ingenuo di ricostruirsi una vita; la sua identità “americana” (da cui il soprannome di Amerikatsi) lo rende sospetto agli occhi del regime sovietico e una piccola eccentricità — indossare una cravatta — lo porta in una cella d’isolamento dove, confinato, osserva la vita quotidiana che scorre oltre la finestra della prigione.

Amerikatsi” costruisce la sua potenza emotiva sul contrasto tra il grottesco e il tragico. La compressione dello spazio fisico nella cella spinge la narrazione attraverso una prospettiva particolare: la finestra diventa possibilità di relazione e confine della libertà. Da qui nasce il tema centrale della speranza, intesa non come certezza messianica, ma come pratica quotidiana di resistenza. Charlie non vive su grandi ideali; coltiva piccole attenzioni — la cura di una pianta, l’ascolto di una voce, il ricamo di gesti — che mantengono intatto il suo senso di sé. Queste micro-azioni mostrano come la speranza si possa misurare in atti ripetuti e creativi piuttosto che in grandi proclami.

La speranza nel film appare come ambivalente: conforta ma può anche anestetizzare. L’ingenuità del protagonista di fronte alle promesse del nuovo regime ricorda come le speranze collettive possano essere costruite su illusioni politiche; allo stesso tempo, la sua forza interiore mette in scena una forma di libertà che sfugge al controllo esterno. Questa doppia natura si riflette anche nella scelta stilistica dell’autore, che alterna toni fiabeschi a squarci di violenza silenziosa; il risultato è che il pubblico è chiamato a interrogarsi su cosa significhi davvero “vivere sperando” quando la realtà politica rende pericoloso il semplice atto di esistere.

Un altro tema rilevante è l’identità del protagonista segnata dalla diaspora. Charlie è sospeso fra due mondi: l’America che lo ha formato e l’Armenia che reclama radici e appartenenza. La sua condizione mette in luce le contraddizioni del ritorno: il desiderio di sentirsi a casa si scontra con l’incomprensione sociale e con regimi che trasformano la differenza in reato. Questa tensione arricchisce il film di una profondità antropologica, dove la memoria storica, le ferite del passato e le aspettative nel presente si intrecciano.

Infine, il film conferisce un ruolo del tutto particolare all’arte, un ruolo quasi salvifico. La creatività non è mostrata come mera evasione, ma come modo per preservare umanità: la capacità di raccontare, osservare e creare diventa una forma di dissenso sottile. Qui la speranza assume un volto collettivo, perché gli atti creativi di un individuo illuminano anche gli altri prigionieri e i vicini oltre la finestra.

Amerikatsi” è un’opera che non dà risposte semplici, bensì lancia messaggi importanti per pensare la speranza come scelta quotidiana, fragile eppure capace di resistere alle logiche della paura. La forza del film sta anche nella sua misura: una storia apparentemente anonima che, attraverso sguardi, oggetti e gesti, costruisce un discorso universale sulla dignità umana, la memoria e la libertà.

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Stefano Liccioli

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