Bisogna investire sui giovani, le nostre «terre rare»

300 168 Antonio Lovascio
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di Antonio Lovascio · Il Forum di Cernobbio (formalmente chiamato “Lo Scenario di oggi e di domani per le strategie competitive”) è un importante incontro internazionale di discussione, organizzato ogni anno a settembre a Villa d’Este sul Lago di Como. Si tratta di un appuntamento di tre giorni in cui leader politici, economisti, accademici e imprenditori si confrontano su scenari economici, geopolitici e scientifici, sia a livello mondiale che per l’Europa e naturalmente l’Italia. Peccato che quest’anno sia stato disertato dalla premier Meloni (erano comunque presenti ministri) avendo affrontato un tema su cui tanto sta insistendo Papa Leone XIV: perché bisogna investire sui giovani, in questi tempi difficili segnati da violenze, guerre, povertà, disuguaglianze.

Il Pontefice incoraggia l’investimento sulle nuove generazioni perché “sono fari di speranza e costruttori di un mondo nuovo”. Sottolinea che i giovani, con la loro energia e i loro talenti, sono essenziali per il mondo e la Chiesa di oggi e non solo del domani, chiamandoli ad essere protagonisti di un concreto cambiamento, fondamentali per raggiungere anche le zone più marginali e le persone più escluse, per creare un futuro più giusto, pacifico e fraterno per tutti. 

Durante il Forum di Cernobbio è stato messo in luce il drammatico impatto economico dei Neet (giovani tra i 15 e i 29 anni non impegnati né in istruzione né nel lavoro) sull’Unione Europea. Secondo i dati di Eurofound, il costo stimato dei Neet supera i 114,7 miliardi di euro all’anno nell’UE, di cui 24,5 miliardi € sono imputabili all’Italia, una cifra pari all’1,23 % del PIL nazionale, una misura quasi equivalente alla manovra finanziaria 2025 da 28,4 miliardi €. L’Italia detiene il secondo posto nell’UE per incidenza del fenomeno, con il 15,2 % dei giovani tra 15 e 29 anni. A questo si aggiunge un altro campanello d’allarme: la dispersione scolastica tra giovani di età 18-24 anni è al 9,8 %, mentre la percentuale dei neolaureati è tra le più basse in Europa (31,6 %).

Ogni anno  37 mila laureati lasciano l’Italia alla ricerca di migliori prospettive professionali: il fenomeno della fuga dei cervelli comporta un costo stimato di 5,1 miliardi € alle casse del Paese. Si aggiunge uno scenario psicologico altrettanto preoccupante: 7 giovani su 10 dichiarano ansia sul loro futuro lavorativo, e 1 su 2 teme condizioni occupazionali instabili e sottopagate. I giovani che non studiano e non lavorano sono una “discarica di talenti”, termine, molto forte, usato da Ferruccio de Bortoli, editorialista del Corriere della Sera. O, meglio, rappresentano quelle “terre rare” che sono un tesoro per il nostro Paese e che dobbiamo mettere in grado di avere quella serenità psicologica che consenta loro di entrare con soddisfazione nel mondo del lavoro e essere protagonisti della propria vita e del proprio futuro.

Se una buona metà dei giovani non sa cosa farà da grande, l’orientamento resta ancora un servizio sulla carta. Una recente ricerca evidenzia che in Italia esiste un insieme articolato di strumenti e servizi (accoglienza, informazione, colloquio orientativo, tirocini, tecniche di ricerca attiva del lavoro, bilancio di competenze, tutorato nelle transizioni, outplacement, mentoring, career counselling, bilancio di competenza) che appare molto eterogeneo e frammentato e poco ancorato a stabili modelli culturali di riferimento. Sembra mancare, del tutto o in parte, una teoria della prassi e una metodologia dell’intervento coerente con obiettivi prefissati; esiste una consapevolezza delle carenze, ma non è chiaro il percorso culturale da compiere. Per migliorare questa situazione, gli esperti suggeriscono di rafforzare il coordinamento centrale e incentivare la condivisione di buone pratiche tra enti, senza tuttavia compromettere la flessibilità necessaria per rispondere ai bisogni locali. È inoltre necessario investire nella formazione di figure professionali dell’orientamento, creare reti di collaborazione più solide e favorire una maggiore informazione tra le famiglie. L’indagine ha rivelato inoltre che i giovani intendono sempre più il lavoro come progetto di vita e non più solo come mezzo di guadagno, mettendo appunto al centro la qualità di vita. Cercano molto più di un posto di lavoro e di guadagno, cercano situazioni in cui possono realizzare sé stessi dal punto di vista umano e professionale.

Oggi la complessità è aumentata, siamo di fronte a problemi multidimensionali che chiedono eterogeneità di visioni, di approcci e di soluzioni. Ciò significa un cambio di prospettiva: di fronte a questa sfida il compito del Governo diventa quello di aggregare reti di soggetti e creare sinergie affinché le questioni vengano affrontate con un impegno corale, coordinato e quindi più efficace. L’obiettivo è unire le forze e applicare metodi ed esperienze che hanno funzionato per scalare i numeri e dare un segnale importante di vicinanza alle giovani generazioni, ai ragazzi e alle loro famiglie. Occorre agire su due fronti: da un lato la prevenzione, evitando che altri ragazzi escano dalla scuola e finiscano in un vicolo cieco da cui poi è più difficile farli uscire; dall’altro sostenendo l’ingresso nel mondo del lavoro di coloro che sono oggi bloccati in questo tremendo limbo, sospesi in una vita che non lascia spazio al futuro. Per affrontare impegni come questi occorre dar vita a solide alleanze. Per costruire nuove ed ulteriori sinergie con le istituzioni e con le aziende.

Sono problemi enormi, non si possono affrontare da soli. La politica comprenda che deve cessare la conflittualità permanente, fine a se stessa, tra maggioranza e opposizioni. Nell’investimento sui giovani si tratta anche di salvaguardare un prezioso patrimonio civico. Anche questo ci ricorda Papa Leone XIV.

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Antonio Lovascio

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