Dall’aspirazione a una civiltà moderna alla condanna modernista

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di Francesco Romano · Nell’autunno del 1905 Antonio Fogazzaro, romanziere e scrittore di fama, ormai già affermato, affrontava apertamente la problematica religiosa, riassumendo nel suo romanzo, Il Santo, in termini semplici ed efficaci, tutti i nodi teologici presenti nel dibattito contemporaneo tra i modernisti, con particolare predilizione per il tema della necessità della riforma della Chiesa, per la quale lottava il protagonista del suo romanzo, e lo stesso romanzo doveva sollevare l’impressione che si stesse organizzando una vera e propria carboneria ecclesiastica e laica, con incontri segreti e progetti eversivi, per trasformare dall’interno l’apparato ecclesiastico.

Lo stesso Fogazzaro in una conferenza tenuta a Parigi nel 1907, svelava quella che considerava l’identità di uno dei protagonisti del suo romanzo, Giovanni Selva. Il suo nome è legione, affermava lo scrittore, le sue idee si sviluppano e si fanno strada in ogni parte del mondo cattolico, le sue posizioni non sono eretiche, egli intende promuovere la riforma all’interno della Chiesa, è convinto dell’apporto che la scienza può dare alla fede, ed è altrettanto convinto del ruolo positivo che il laicato cattolico può e deve rivolgere nella Chiesa; un laicato che rappresenta “l’energia progressiva” nella stessa Chiesa, “mentre l’energia conservatrice è rappresentata in modo eminente dal clero”.

Il romanzo trovava una eco amplissima fino a essere definito “la Divina Commedia” del modernismo. Tradotto in varie lingue, si presentava come il vero caso letterario del momento al punto che il biografo di Fogazzaro scriveva che “pochi romanzi del nostro tempo hanno avuto una ripercussione più vasta”. Gli uomini più eminenti di Europa si interessarono a questa parola religiosa, come a un segno dei nuovi orientamenti dell’azione cristiana.

A Roma però il romanzo non sollevava grandi entusiasmi e non basterà a evitare la condanna, la consapevolezza delle polemiche che essa avrebbe quasi certamente provocato. L’autorità ecclesiastica ha ormai scelto di opporsi con ogni mezzo a una crisi che sembra coinvolgere troppe persone, mettendo in causa l’ortodossia e provocando un moto di ribellione all’interno della Chiesa che si allarga a macchia d’olio.

Il caso Fogazzaro solleva polemiche a diversi livelli nella comunità ecclesiale che esalta o attacca lo scrittore in base all’appartenenza a schieramenti che si sono ormai delineati, e nella comunità civile che non solo accusa la Chiesa di battaglie di retroguardia, ma ritiene che un’eventuale sottomissione alla condanna debba costituire ragione per le dimissioni dello scrittore dall’incaico che ricopre presso il Ministero della Pubblica Istruzione, in quanto non libero di agire secondo la propria coscienza, ma succube di un’autorità dispotica.

In questo contesto storico e culturale del dibattito teologico e filosofico i nomi che più risaltano sono quelli di Tyrrell, Blondel, Loisy, Ernesto Buonaiuti, Romolo Murri. L’8 settembre 1907 veniva pubblicata l’enciclica Pascendi Dominici gregis con una sintesi meticolosa di tutte le posizioni moderniste che si erano espresse negli ultimi anni. L’enciclica passava a esporre il sistema modernista, o meglio a descrivere il modernista tipo che comprende in sé la personalità del filosofo, del teologo, dello storico, del critico, dell’apologeta e del riformatore

In Italia, nel primo decennio del secolo, chi attirò maggiormente le accuse di eterodossia e i fulmini dell’autorità ecclesiastica fu Romolo Murri, ma il suo contributo più originale alla evoluzione della cultura cattolica non concerne l’ambito biblico e teologico. Forse l’unico vero autore che potrebbe meritare l’accusa di modernismo è Ernesto Buonaiuti, i cui scritti precedenti l’enciclica Pascendi non hanno l’originalità, l’erudizione o la forza logica di Loisy e Tyrrell.

La biografia intellettuale di Murri è strettamente legata all’evoluzione dei suoi rapporti con la Chiesa. A un primo periodo di “guelfismo” politico e religioso, seguirà una lenta ma precisa evoluzione verso atteggiamenti di maggiore autonomia nei confronti della gerarchia ecclesiastica, fino alla rottura dovuta più a motivi contingenti che a divergenze dottrinali profonde.

La formazione giovanile del Murri segue la prassi normale del tempo. Nato nel 1870 nella provincia di Ascoli Piceno, educato in seminario minore, proseguirà gli studi a Roma. La sua preparazione assorbe e interiorizza la tradizione diffusa: una pietà controriformista, una morale legata alla tradizione alfonsiana, una passione profonda per i diritti della Chiesa.

Fin dai primi scritti appare l’esigenza di fondo: analizzare storicamente i problemi, lasciare da parte “quella poverissima filosofia della storia disegnata da Bossuet” con quelle “innumerevoli epoche, sulle quali come su grucce malferme gli storici della Chiesa traversano i secoli”. Insieme con questa esigenza di un nuovo metodo storico, Murri scopre negli anni giovanili una “specifica connotazione religiosa della politica”, dimensione che in qualche modo sarà sempre presente nella sua attività successiva.

Le premesse del suo pensiero sono dunque essenzialmente politiche, ma il suo impegno coinvolge un po’ tutti gli ambiti, in un lavoro che è prima di tutto di animazione culturale, e comprende quindi non solo l’ambito politico, ma anche sociale e religioso nel loro significato più ampio.

A partire dal 1900 Murri si dedica in modo sistematico alla costruzione in tutta Italia di gruppi democratici cristiani. L’occasione per programmare la fondazione di un vero e proprio movimento che prenda il nome di Democrazia cristiana viene offerta dal Congresso cattolico di Roma nel 1900. Vengono poste le basi del movimento e del suo organo di stampa. Da quel momento, e per circa tre anni, la Democrazia cristiana murriana vedrà uno sviluppo incessante, rompendo la prassi delle organizzazioni cattoliche che non possono fare lavoro politico. Anzi, proprio mentre sta per uscire il nuovo giornale, Leone XIII ribadisce nella Graves de communi che la Democrazia cristiana dovrà impegnarsi solo nel sociale evitando ogni azione politica. Il 24 agosto 1902 a San Marino, nel corso di un incontro organizzato dai democratici cristiani della Romagna, il discorso pronunciato da Murri era il primo esito di un itinerario coerente. Murri negli ultimi anni del XIX secolo aveva dato il suo contributo alla discussione sul futuro politico dei cattolici, sulla necessità di una vera cultura politica, base e condizione per la costituzione del partito, ma aveva anche scritto ampiamente sul problema del rinnovamento culturale del clero, necessità sentita in molti ambienti e che attirerà l’attenzione di Pio X.

Murri aveva cercato di analizzare le ragioni storiche che avevano condotto a quel tipo di cultura, proponendo concretamente una serie di riforme, di piani di studio, che tenessero conto delle nuove acquisizioni delle varie scienze, e che portassero a una globale riforma degli studi dei seminari.

Pio X introdusse il giuramento antimodernista con il motu proprio Sacrorum Antistitum, inizialmente col nome di Giuramento della fede, il 1º settembre 1910 in risposta al modernismo teologico che già era stato condannato dal papa nel 1907 nel decreto Lamentabili sane exitu e poi nell’enciclica Pascendi Dominici gregis.

Un richiamo esplicito alla sottomissione era contenuto nell’enciclica Fin dal principio dell’8 dicembre 1902 rivolta da Papa Leone XIII ai vescovi dell’Italia. Il Papa iniziava elogiando lo zelo e l’impegno per l’educazione del clero, ma aggiungeva subito dopo, “Non possiamo tuttavia dissimulare la preoccupazione dell’animo nostro al vedere come da qualche tempo vada qua e là serpeggiando una cotal brama d’innovazioni inconsulte, così rispetto alla formazione, come all’azione multiforme dei sacri ministri. Ora è facile avvisare le gravi conseguenze che sarebbero a deplorarsi, ove a siffatte tendenze innovatrici non apportasse pronto rimedio”.

Con il giuramento anti-modernista era stata scelta la via più dura, e apparentemente più efficace, una vera e propria soluzione finale che impedisse ogni ripresa del movimento modernista, impossibilitato a proseguire su percorsi resi impraticabili. Il provvedimento pontificio suscitò non poche reazioni e discussioni. Le reazioni con accenti più vivaci vennero dalla Germania a causa della presenza di un discreto numero di ecclesiastici titolari di cattedre teologiche nelle università statali ai quali sembrava venisse limitata la libertà di ricerca.

Dopo vivaci discussioni il Papa decise di dispensare dal giuramento in Germania quei sacerdoti che non esercitassero un’attività pastorale, oltre all’insegnamento universitario. Qualche accomodamento venne trovato per casi singoli e questo spiega la ragione per cui i rifiuti furono in numero limitato. Ma il dibattito e le decisioni pontificie dimostrano anche la relativa importanza che si finiva per attribuire al documento. A riprova poi di quanto scarsa fosse la fiducia che il Papa aveva negli esiti del provvedimento, si può ricordare il fatto che, in base alle norme stabilite, un giovane chierico veniva chiamato a prestare il giuramento almeno tre volte nel volgere di pochi mesi, e un docente di materie teologiche doveva prestarlo tutti gli anni e contemporaneamente doveva insegnare che per la morale cattolica il giuramento ha un valore quasi eterno, quindi non si deve ripetere se non per ragioni gravissime e soprattutto non a proposito dello stesso impegno assunto in forma tendenzialmente definitiva.

Il modernismo si poteva considerare sconfitto e apparentemente senza eredi, Tyrrell era morto, Loisy e Murri scomunicati e fuori della Chiesa, diversi altri ridotti al silenzio, Buonaiuti ormai in crisi con il suo gruppo, mentre quello che era stato battezzato il socialismo cristiano, si rivelava sempre più “una avventura senza avvenire”. Esso aveva rappresentato, commenta Pietro Scoppola, “il tentativo estremo di superare il fondamentale dualismo che il cristianesimo ha posto fra religione e politica, che è la pietra d’inciampo e insieme la forza di ogni azione politica di ispirazione cristiana, ma lo ha superato solo nella misura in cui ha negato il volto tradizionale del cristianesimo, senza riuscire d’altro canto sul piano politico ad assumere una ben delineata fisionomia”. Anche perché il Buonaiuti non intendeva cercare quella fisionomia, tentativo che invece aveva fatto il Murri già con la prima Democrazia cristiana, quindi con la lega democratica nazionale.

Il piccolo partito, nato al momento della prima crisi politica del mondo cattolico, e cresciuto parallelamente alla crisi religiosa del modernismo, aveva tentato di proporre una visione nuova dei rapporti fra religione e politica, tra fede e storia. La sua avventura si era in parte identificata con l’avventura murriana, nonostante i tentativi di svincolarsi da quella tutela. Avrebbe avuto vita breve e tormentata, ma il suo significato politico, religioso e culturale va oltre la sua consistenza concreta, e la sua eredità avrebbe alimentato diverse successive correnti di pensiero.

La Congregazione dell’Indice condanna Loisy fra i capifila del modernismo. Nel 1906 viene ufficialmente condannato Il Santo di Fogazzaro. Buonaiuti si aggiungerà presto all’elenco con la destituzione nel 1906 dall’insegnamento. Nelle stesse settimane Loisy viene sospeso dalla celebrazione della messa, la sua ultima celebrazione ha luogo il primo novembre 1906. Il Murri nell’aprile del 1907 viene sospeso a divinis, e scomunicato nel marzo del 1909.

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Francesco Romano

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