Dino Compagni, antica celebrità fiorentina che sopravvive nella memoria dello stradario

357 500 Francesco Romano
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di Francesco Romano • il riordino di una biblioteca, soprattutto dopo un trasloco, è uno dei problemi più gravosi, ma anche gratificanti per l’occasione di “riaccarezzare” e indugiare a sfogliare alcuni libri dove spesso ritrovi come segnalibro biglietti ricordo e soprattutto appunti con annotazioni.

Questo mi è capitato con la Cronica di Dino Compagni dove le pagine macchiate, annotazioni curiose, date e sottolineature scritte a pennino con inchiostro, molto diffuse, mi hanno stimolato la curiosità e spinto a rinfrescarmi su alcuni punti la memoria della nostra antica, ma sempre viva, storia.

Ricorrono esattamente sette secoli dalla morte di Dino Compagni e un’epigrafe, collocata nella seconda metà del XVIII secolo nella chiesa di Santa Trinita in cui fu sepolto, ne celebra il ricordo. Oggi appena ricordato a Firenze per il suo nome dato a una strada e a una scuola.

A Firenze nell’estate del 1312 è atteso l’arrivo dell’imperatore Arrigo VII. I Ghibellini e i Guelfi bianchi sperano che l’imperatore venga a castigare i guelfi neri, i quali tengono la città dal novembre 1301.

Un guelfo bianco, cinquantenne, Dino Compagni, esprimendo tali speranze, conclude un suo libretto intitolato Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi.

Fu negli anni seguenti all’allontanamento dalla vita politica che Compagni concepì il progetto di una cronaca dedicata alla storia della propria città. Con ogni probabilità, egli ne avviò la stesura alla fine del 1310, non appena, cioè, gli giunse notizia della discesa in Italia di Arrigo VII nel quale, come il suo più famoso concittadino Dante Alighieri, riponeva le proprie speranze di cambiamento.

La Cronica è un volumetto che consta di tre libri, preceduti da un proemio di poche righe, si estende su un arco cronologico che, fatta eccezione per la breve illustrazione relativa all’origine della discordia tra guelfi e ghibellini in Firenze nel 1215, è compresa tra il 1280 e la spedizione italiana di Arrigo VII. Centrale nella narrazione è la lotta tra bianchi e neri, che costituì d’altra parte lo spartiacque nella vicenda personale dello stesso cronista. La presenza di un certo numero di errori storici, veramente singolare per un testimone oculare degli eventi raccontati, e di alcuni elementi linguistici tipici del volgare quattrocentesco, più che primo trecentesco, fu nel XIX secolo all’origine di un vivace dibattito sull’autenticità della Cronica. Fu principalmente per gli studi di Isidoro del Lungo che il testo trovò in Compagni un’attribuzione certa, oggi ormai indiscussa. Compagni fu anche autore di rime, composte prima del 1300 e prive di grande valore poetico.

Dino Compagni, coetaneo di Dante Alighieri, è stato un personaggio di medio livello nella vita politica fiorentina, ma un buon letterato. Nella Cronica racconta i fatti di Firenze dal 1280 fino all’estate del 1312, cercando di giustificare le proprie azioni e di riaffermare le proprie idee di parte, consistenti prevalentemente in odii personali. È un libello polemico, un memoriale di difesa. Ogni tanto il racconto si interrompe con invettive violente, con punti esclamativi, minacce, maledizioni, profezie in stile da predicatore dell’epoca.

Nella Cronica si trovano vicende e personaggi di cui parlerà Dante Alighieri e in questo sta l’interesse di questo scritto. Per esempio è notevole il ritratto di Guido Cavalcanti, presentato però solo come un facinoroso, senza dire che era anche un poeta. Dino Compagni infatti parla di tutti solo in quanto uomini politici.

Di Dante Alighieri fa semplicemente il nome una volta sola in un elenco di quaranta persone e famiglie condannate nel 1302. In questo elenco compare anche il padre di Francesco Petrarca, Ser Petracco. Poco a dirsi, ma meglio che niente. Questa di Dino Compagni è l’unica testimonianza su Dante Alighieri che si ricavi dai libri dei contemporanei.

Dino Compagni milita nello stesso partito di Dante Alighieri. Sono entrambe figure di sconfitti. Mentre Dante è in esilio, Dino Compagni vive a Firenze, ma scrive di nascosto come perseguitato politico, nell’ombra, nella clandestinità. Si è ritirato dalla vita politica nel 1301 evitando per un sol pelo processi e di peggio.

Dino Compagni è immerso fino ai capelli nelle vicende infernali dei suoi tempi e non gli passa per la testa l’idea di cavarsene fuori, di ritirarsi in casa a cercare pensieri più alti. Costretto dalla sconfitta a non fare più politica, senza gravi danni si chiude in casa a masticare la bile, a grattarsi le piaghe. Dante Alighieri mastica una bile diversa, grattandosi le piaghe arriva all’osso. Dante ha capito, si cava fuori, fa parte per se stesso e manda tutti all’inferno.

A parte i paragoni che sono sempre antipatici, Dino Compagni vive nella clandestinità, come dicevo. La sua Cronica, se circolerà in Firenze, avverrà clandestinamente e ben presto sarà dimenticata. Verrà stampata per la prima volta solo nel 1726 a Milano, quando in quegli stessi anni, nel 1740, verrà stampata per la prima volta il De monarchia di Dante Alighieri.

Venuta di moda nell’Ottocento, la Cronica di Dino Compagni, oggi è di nuovo quasi dimenticata e non vale la pena di leggerla se non per curiosità, come uno tra i tanti possibili commenti a Dante Alighieri, ma solo per i fatti storici e di cronaca politica, non come commento linguistico. Dante Alighieri e Dino Compagni parlano la stessa lingua, ma i riscontri possibili sono pochi e superficiali, riguardano solo qualche espressione proverbiale o citazione letteraria.

Nessuno crede più che si debba attribuire a Dino Compagni un poemetto di novenari intitolato L’intelligenza, ma si continua a dire che un tempo era attribuito a Dino Compagni e vale la pena di leggerla solo per una curiosità.

Interesse diverso da quello della Cronica di Dino Compagni riscuoteranno le cronache del Villani. Libri non clandestini, bensì pubblici e pubblicati. Libri scritti non da un guelfo bianco, bensì da guelfi neri.

Giovanni Villani, fiorentino, vissuto dal 1280 fino al 1348 circa, è di venti anni più giovane di Dino Compagni e di Dante Alighieri. Viaggia per l’Europa, è a Roma per il giubileo e dopo il 1300 comincia a scrivere una Nuova cronica che parte dall’epoca della torre di Babele per arrivare anno per anno, “annalisticamente”, fino al 1346. È una storia universale, dove al centro dell’universo sta Firenze. Ne faranno grande uso i commentatori di Dante, ma bisogna tener conto che già Giovanni Villani è a modo suo un commentatore. Quando scriverà, Dante Alighieri sarà già diventato un classico e dunque quello che Giovanni Villani aggiungerà o spiegherà avrà valore relativo, laddove quando scrive Dino Compagni non si sa niente della grande opera di Dante Alighieri e dunque la sua è una testimonianza indipendente. I fratelli di Giovanni, Matteo e Filippo, proseguiranno l’opera fino al 1364.

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Francesco Romano

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