di Stefano Tarocchi · Nel dialogo fra Gesù e Nicodemo, colui che, data la sua posizione all’interno del popolo dei giudei, va nella notte a incontrare il Signore e che ci conserva il terzo capitolo del Vangelo di Giovanni, ci sono parole degne di essere analizzate con grande attenzione: «nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio, infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,13-16; cf. 3,1-21).
Non possiamo soffermarci su tutti gli aspetti di questo discorso, che la liturgia dell’Esaltazione della Croce (14 settembre) ci ha riproposto. Qui ci limitiamo a riprendere il nucleo dell’insegnamento di Gesù a Nicodemo, che lo stesso Gesù definisce ironicamente «maestro di Israele». La chiave fondamentale verte sulla prospettiva di “rinascere dall’alto”, che Nicodemo equivoca ritenendola “nascere di nuovo”, come permette il testo greco.
Ma poi l’insegnamento di Gesù si sposta sull’immagine celebre del serpente innalzato da Mosè nel deserto che diventa motivo di salvezza per quanti sono stati morsi dai serpenti velenosi: «il Signore disse a Mosè: “fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita”. 9Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi avesse guardato il serpente di bronzo, sarebbe restato in vita» (Num 21,8-9; cf. 21, 4-9).
I versetti 15 e 16 del capitolo 3 di Giovanni rappresentano il cuore del discorso, incentrato sul verbo ‘credere’. Le traduzioni di questi versetti non sempre rendono appieno la profondità del testo originale. Ecco come vengono comunemente riportati: «bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» e «Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna».
Davanti a Nicodemo, Gesù dice in realtà: «chiunque crede, abbia in lui la vita eterna», con l’uso del verbo “credere” in senso assoluto. Solo nella frase seguente si specifica il senso della fede, precisando che «chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia vita eterna».
C’è una sorta di crescendo fra la prima e la seconda frase, che vertono comunque sul verbo “credere”, che nel quarto Vangelo occupa un ruolo essenziale. Così, poco più avanti si aggiunge: «chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» (Gv 3,18). In questa frase, l’espressione «credere in lui» si sostanzia nel successivo «credere nel nome dell’unigenito Figlio di Dio», che ne è il culmine.
Vediamo di precisare alcuni altri elementi. Nel capitolo seguente, Gesù si trova al pozzo di Giacobbe dove ha incontrato la donna Samaritana. Ai discepoli che gli vogliono dare da mangiare, data l’ora tarda, Gesù risponde: «“Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4,34).
Ancora più avanti, dopo che Gesù ha sfamato le folle dall’altra parte del mare, una volta a Cafarnao così dice: “In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”. Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. Gesù rispose loro: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Gv 6,27-29). E così continua il dialogo: «Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. Gesù rispose loro: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Gv 6,28-29).
E ancora: «Chi crede nel Figlio ha la vita eterna» (Gv 3,36); «Gesù rispose: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete (Gv 6,35); «chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno (Gv 6,40); «In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna (Gv 6,47)»; «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà (Gv 11,25).
Tutto questo per aggiungere poi: «chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato» (Gv 12,44) e anche: «Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre (Gv 12,46); e ancora: «in verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre (Gv 14,12).
In conclusione, fra l’atto di credere in assoluto, come quello del discepolo prediletto davanti alla tomba vuota («entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette»: Gv 20,8) e invece l’atto di credere in Gesù, il Vangelo di Giovanni opera con una precisione chirurgica, che spesso è perduta nelle versioni correnti. E non è cosa da poco.

