di Leonardo Salutati · Il 25 marzo scorso ricorrevano 30 anni dalla pubblicazione dell’enciclica Evangelium vitae di S.Giovanni Paolo II, un documento importante forse poco considerato. Evangelium vitae non propone soltanto una riflessione che affronta questioni di bioetica, ma è un testo di grande rilevanza per la morale sociale, che si colloca nel solco della Dottrina sociale della Chiesa inaugurata dalla Rerum novarum, perché: «Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese, proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore, così ora, quando un’altra categoria di persone è oppressa nel diritto fondamentale alla vita, la Chiesa sente di dover dare voce con immutato coraggio a chi non ha voce. Il suo è sempre il grido evangelico in difesa dei poveri del mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti umani» (EV, n. 5).
In particolare, e collegata a questi temi, è di grande rilievo la riflessione proposta sul tema della democrazia, che costituisce parte rilevante del documento e che non è solo ripetizione ma anche approfondimento e sviluppo di quanto contenuto in altre espressioni magisteriali sull’argomento.
Al riguardo è utile ricordare che per lungo tempo, il termine “democrazia”, che potremmo chiamare “classico”, è stato utilizzato nel mondo cattolico semplicemente come indicativo di una forma di governo terza insieme a monarchia e ad aristocrazia. S.Tommaso d’Aquino infatti, insegna che la migliore forma di governo politico, il cui unico fine è il bene comune, è quella in cui, sulla base del principio di sussidiarietà, che S.Tommaso applica pur senza formalizzarlo, «si integrano la monarchia, in quanto c’è la presidenza di un solo, l’aristocrazia, in quanto molti uomini eminenti in virtù vi comandano, e la democrazia, cioè il potere popolare, in quanto tra il popolo stesso si possono scegliere i principi, e al popolo spetta la loro elezione» (STh I-II, q. 105, a. 1, corpo).
A questa impostazione si è riferito anche il Magistero quando ha voluto denunciare come inaccettabile una forma di governo democratica, che possiamo chiamare “moderna”, che si fonda su «una concezione della libertà che esalta in modo assoluto il singolo individuo, e non lo dispone alla solidarietà, alla piena accoglienza e al servizio dell’altro … quando non riconosce e non rispetta più il suo costitutivo legame con la verità e … volendo emanciparsi da qualsiasi tradizione e autorità, si chiude persino alle evidenze primarie di una verità oggettiva e comune [in modo che] la persona finisce con l’assumere come unico e indiscutibile riferimento per le proprie scelte non più la verità sul bene e sul male, ma solo la sua soggettiva e mutevole opinione o, addirittura, il suo egoistico interesse. In questa concezione della libertà, la convivenza sociale viene profondamente deformata … diventa un insieme di individui posti l’uno accanto all’altro, ma senza legami reciproci: ciascuno vuole affermarsi indipendentemente dall’altro, anzi vuol far prevalere i suoi interessi … Viene meno così ogni riferimento a valori comuni e a una verità assoluta per tutti … Allora tutto è convenzionabile, tutto è negoziabile: anche il primo dei diritti fondamentali, quello alla vita» (EV, n.19-20).
A partire dal pontificato di Papa Pio XII, è stata poi introdotta anche una terza accezione che vede la “democrazia” non più semplicemente una forma di governo, ma il regime di un rapporto sostanzialmente corretto fra la società e lo Stato, contrapposto a quanto, negli anni seguenti la Prima guerra mondiale, verrà qualificato come totalitarismo, ovvero il regime di un rapporto scorretto fra società e Stato, caratterizzato dalla prevaricazione dello Stato sulla società (cf. Pio XII, 1944).
Il nuovo uso nelle espressioni magisteriali è stato varie volte precisato rispetto a quello precedente, ma nonostante questo si è generata una certa ambiguità sul termine “democrazia”, favorita anche dal clima esistente soprattutto negli anni della guerra fredda. Infatti, l’idea di democrazia del “binomio democrazia-totalitarismo” è diversa dal quella “classica” del trinomio monarchia-aristocrazia-democrazia ed è diversa anche dall’idea “moderna” di democrazia, ma è stata spesso assunta come coincidente con quest’ultima, che però non possiede le caratteristiche per indicare una modalità organizzativa della società, lecitamente preferibile per il perseguimento del “bene comune” come suo fine, andando addirittura a sovrapporsi al “bene comune stesso” se non divenendone quasi sinonimo (cf. EV, n. 70).
Perciò Papa Giovanni Paolo II, che nell’enciclica Centesimus annus aveva riproposto l’uso esplicito delle categorie “democrazia” e “totalitarismo” (cf. CA, n. 47), nella Evangelium vitae torna volutamente sull’argomento per una chiarificazione, mettendo a fuoco l’ambiguità del termine e denunciandone lo svuotamento del carattere alternativo al totalitarismo teso alla difesa del popolo, realtà organica e ricca di valori, per assumere una configurazione addirittura «tirannica nei confronti dell’essere umano più debole» (EG, n. 70).
In breve, «il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove: fondamentali e imprescindibili sono certamente la dignità di ogni persona umana, il rispetto dei suoi diritti intangibili e inalienabili, nonché l’assunzione del “bene comune” come fine e criterio regolativo della vita politica. Alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e mutevoli “maggioranze” di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge morale obiettiva che, in quanto “legge naturale” iscritta nel cuore dell’uomo, è punto di riferimento normativo della stessa legge civile» (EV, n. 70). Al di fuori di questo, il rischio è quello che la “democrazia” sta correndo oggi, ovvero di trasformarsi in un sistema di governo dove la “legge del più forte” (economica, finanziaria, mediatica, militare) si sostituisce alla “forza della legge”.

