di Alessandro Clemenzia · La Chiesa è “una realtà complessa”. Con queste parole la Lumen gentium (n. 8) intende riferirsi, non tanto alla difficoltà che potrebbe incontrare chi intende “definire” che cosa o chi essa sia, quanto piuttosto alla specificità della sua natura, che la caratterizza rispetto alle tante altre aggregazioni sociali o religiose. Nell’autocoscienza del popolo di Dio, infatti, la Chiesa è una realtà certamente umana, contraddistinta tuttavia dalla presenza in essa di Dio: una presenza non evocativa o spirituale, ma efficace, effettiva, che ha delle immediate ripercussioni sull’essere “popolo”.
Nel corso dei secoli, proprio con l’intento di approfondire questa realtà così particolare, sono state assunte immagini differenti, con lo scopo di esemplificare un oggetto, quale è la Chiesa, che si presenta in un modo particolarmente enigmatico. Una esemplificazione che non corrisponde ad una banalizzazione, ma consiste nel rendere l’oggetto, ancora parzialmente conosciuto, il più possibile indagabile attraverso il ricorso ad un’altra realtà (l’immagine, appunto) che, da un lato deve essere in un rapporto di analogia con la Chiesa, dall’altro deve essere il più possibile familiare a coloro che compiono l’indagine, proprio in quanto all’ignoto si arriva attraverso ciò che è noto. Non solo: l’immagine stessa è chiamata, tanto a mostrare il maggior numero di dati che già si conoscono dell’oggetto enigmatico (funzione esplicativa), quanto a portare a nuove conoscenze su di esso (funzione esplorativa o euristica).
Per questa ragione, lungo i secoli, sono state proposte una serie di immagini di Chiesa, ritenute capaci, sia di esprimere la sopramenzionata complessità della realtà ecclesiale, sia di comunicare agli uomini e alle donne di un determinato tempo storico la sua natura.
Un’immagine che ha certamente giocato un ruolo essenziale nell’ecclesiologia postconciliare, anche se è possibile rintracciarla sin dal tempo della patristica, è quella di “comunione”. Quest’ultima è stata riconosciuta, nella relazione finale del sinodo straordinario dei vescovi del 1985 (a vent’anni dalla chiusura del Concilio), come «l’idea centrale e fondamentale» nei documenti del Vaticano II. Senza entrare ulteriormente all’interno della storia e dell’acceso dibattito generato da questa immagine ecclesiologica, è interessante porsi una domanda: passati ormai sessant’anni dalla chiusura del Vaticano II, in una cultura, quale quella odierna, in cui le immagini appaiono e scompaiono con estrema rapidità, ha ancora senso proporre il medesimo concetto di “comunione” per descrivere la peculiarità della Chiesa?
È a questa domanda che l’ecclesiologo Massimo Nardello ha risposto nel suo libro Relazionalità creaturale e comunione ecclesiale. Un’ecclesiologia pubblica in chiave analitico-processuale (Cittadella Editrice, 2024). Senza entrare nella proposta specifica dell’autore, è mio interesse presentare le ragioni che hanno mosso l’autore a recuperare la categoria di communio. Nardello, sin dalle prime pagine, mostra alcune ambiguità che hanno fortemente indebolito in questi decenni l’ecclesiologia di comunione, come ad esempio, in ordine al metodo, il continuo passaggio dalla realtà divina a quella umana, senza tenere sufficientemente conto del differente piano ontologico tra le due, per cui si parla di comunione alludendo contemporaneamente tanto a quella vissuta dalle tre Persone divine quanto alle dinamiche più propriamente ecclesiali. È stata proprio questa scarsa attenzione alla fondatezza epistemologica della riflessione a far sì che la categoria di communio fosse per lo più abbandonata in ambito ecclesiologico. Per questa ragione, l’ipotesi di Nardello è quella di recuperare la nozione di comunione, superando la comprensione tradizionale di questo termine, al fine di elaborare una visione «filosoficamente fondata e sintonica con le istanze culturali postmoderne […]. Questa nozione di comunione, poi, potrà divenire un criterio ermeneutico con cui accostarsi alle fonti ecclesiologiche al fine di sviluppare un’ecclesiologia organica, in grado cioè di declinare tutti gli aspetti dell’identità della Chiesa» (p. 11).
E qui il nostro autore presenta la metafisica processuale, avviata da A.N. Whitehead già a partire dagli anni ’20 dello scorso secolo: una riflessione non incentrata sull’essere, ma sul tentativo di offrire un’interpretazione plausibile del reale a partire dall’osservazione del mondo sensibile. Nardello illustra questa teoria spiegando come la realtà, tanto nelle particelle subatomiche quanto nel dinamismo dell’universo, sia costituita da “processi”, ossia da un dinamismo generato da «eventi energetici che si succedono l’uno dopo l’altro» (p. 82). Questa teoria, illustrata dall’autore nei particolari, pur avendo delle evidenti criticità teoretiche, presenta comunque una sua coerenza logica, che viene poi assunta in ambito ecclesiologico al fine di presentare la Chiesa come comunione attraverso un modello innovativo.
Senza soffermarci sulla proposta avanzata da Nardello, è importante tenere conto di questo tentativo dell’autore di riportare in auge la categoria di comunione attraverso approcci provenienti dal dibattito filosofico e culturale del Novecento; un tentativo che ci aiuta a riconoscere come un’immagine, pur provenendo dal passato, possa continuare a svolgere la sua duplice funzione, esplicativa ed esplorativa, anche nell’oggi, nel momento in cui si è disposti a riconoscere alcuni punti deboli delle argomentazioni precedenti e operando una modificazione del suo contenuto.

