«La civiltà dell’eccesso» nel libro di Tommaso Codignola

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di Stefano Liccioli · S’intitola “La civiltà dell’eccesso. Curare l’anima nell’epoca della quantità” (Edizioni di storia e letteratura, 2024) l’ultimo libro di Tommaso Codignola, dottore di ricerca in filosofia e docente di storia e filosofia nei licei. Si tratta di un interessante saggio costruito dall’autore intorno a cinque parole-concetti chiave (riflessione, misura, interdipendenza, forma, fraternità e conflitto) per offrire una critica all’epoca in cui viviamo. Il termine “critica” non è da intendersi nel senso riduttivo e semplicistico di una condanna nostalgica dei nostri tempi, assumendo il ruolo di “laudator temporis acti”. L’analisi di Codignola è, semmai, una critica nella prospettiva kantiana del termine, un giudizio, in questo caso sui fondamenti epistemologici, filosofici e valoriali della società che più hanno influenzato le convinzioni del nostro tempo. Egli li mette in discussione assumendo un approccio razionale, senza adottare però un unico modello concettuale, ma facendo riferimento ai risultati che la psicologia e l’etologia oggi ci hanno consegnato.

Soffermandoci sul concetto di “riflessione”, il saggista afferma che, per esempio, la dipendenza sempre più marcata dagli strumenti digitali, soprattutto nelle nuove generazioni, così come l'”iper-attivismo” in cui siamo immersi, ci ha portato a trascurare la nostra dimensione introspettiva. Invece, egli scrive, «la riflessione è un’attività naturale e come tale genera piacere e benessere, mentre la sua mancanza genera malessere, sofferenza psichica, senso di non conoscenza di sé […]. Poche cose strutturano l’identità di una persona quanto prendersi il tempo di riflettere, dare ordine alla propria mente e alla propria esperienza».

Uno spazio particolare è riservato alla nozione di “misura”, considerando proprio il fatto che il saggio problematizza il tema dell’eccesso e della quantità. È stato stimato che nelle case del mondo occidentale ci siano circa 300.000 oggetti, che nel 2021 il cibo sprecato in Italia sia ammontato a 270 milioni di tonnellate. Codignola contesta il mito del materialismo che porta a privilegiare l’avere rispetto all’essere, la quantità rispetto alla qualità, ma anche la convinzione che l’uomo si realizzi pienamente attraverso un’autodeterminazione che prescinde dagli altri: «La sessualità, come l’amicizia, non è un’accumulazione, l’accumulazione capitalistica dei corpi, ma una cura. Come l’eccesso di informazioni rischia, nella personalità contemporanea, di non integrarsi in una visione del mondo autonoma e coerente, nella sfera affettiva l’aspetto quantitativo della vita sessuale nelle sue varie forme rischia di rovesciarsi in un analogo overload a base di povertà relazionale, disorientamento e, paradossalmente, solitudine e infelicità».

Approfondendo questo tema delle relazioni, l’autore dedica un capitolo al concetto d’interdipendenza, interpretandola in chiave originale e sfidante rispetto ai paradigmi che sembrano dominare la mentalità contemporanea. Scrive Codignola: «Al progressivo dispiegamento del paradigma della libertà e dei suoi effetti collaterali indesiderati come solitudine, anonimato e disorientamento, la psiche reagisce con un’accentuazione degli elementi identitari e di visibilità. […] Se questo quadro coglie qualcosa della nostra condizione odierna, potrebbe essere il momento di modificarlo riaprendoci a quell’interdipendenza positiva che sono le relazioni e la comunità con la loro storia, i loro racconti, i loro simboli e progetti, cioè affrancandoci dal paradigma dell’autonomia per come oggi viene effettivamente vissuto e concepito».

E ora alcune considerazioni dal punto di vista stilistico. Il libro è scritto in maniera agile, con una prosa scorrevole e incisiva. Dal modo in cui l’autore riesce a far dialogare in maniera sapiente ed efficace i pensatori citati si evince come egli sia anche (e soprattutto direi) un docente, abituato cioè a spiegare in maniera semplice (ma non superficiale) concetti importanti. Coerentemente al messaggio del libro di critica alla civiltà dell’eccesso, il testo ha un numero contenuto di pagine (ottantanove). È questo, a mio avviso, uno dei tanti pregi di questa opera perché riesce a dimostrare che si possono sostenere tesi originali e significative, senza dilungarsi nelle argomentazioni e senza che questo pregiudichi la profondità dell’analisi condotta. Il libro, infine, ha il merito di rifuggire l’eccesso di diagnosi antropologiche e sociali che spesso caratterizza opere del genere, offrendo, come abbiamo visto, anche delle ipotesi di soluzione, delle indicazioni di lavoro o dei compiti a casa (tanto per rimanere nell’ambito della metafora scolastica) per, appunto, contrastare la “civiltà dell’eccesso” e curare l’anima nell’epoca della quantità. Il più importante di questi suggerimenti è l’appello alla responsabilità individuale come prospettato nella citazione di Carl Gustav Jung riportata all’inizio del libro: «Il nostro atteggiamento razionalistico ci porta a credere di poter operare meraviglie con organizzazioni internazionali, legislazioni e altri sistemi ben congegnati. Ma in realtà solo un cambiamento dell’atteggiamento individuale potrà portare con sé un rinnovamento dello spirito delle nazioni. Tutto comincia con l’individuo».

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Stefano Liccioli

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