di Francesco Vermigli · All’inizio del mese di novembre (esattamente il 4 novembre, nella memoria liturgica di san Carlo Borromeo), il Dicastero per la dottrina della fede ha promulgato la Nota dottrinale Mater Populi fidelis su “alcuni titoli mariani riferiti alla cooperazione di Maria all’opera della salvezza”. Il tema, nell’ampio sottotitolo, appare dunque chiaramente circoscritto: la Nota non intende considerare Maria in generale e neanche il culto per Maria nelle sue differenti possibilità e sfaccettature; piuttosto, esso volge un’attenzione specifica a quei titoli che riguardano la cooperazione di Maria alla storia della salvezza di Dio per l’uomo. Di questi titoli si vuole verificare la legittimità.
All’inizio della Presentazione del documento, il cardinal prefetto Víctor Manuel Fernández spiega l’origine immediata della promulgazione: «La presente Nota risponde a numerose domande e proposte che sono giunte presso la Santa Sede negli ultimi decenni – in particolare presso questo Dicastero – circa questioni riguardanti la devozione mariana e particolarmente alcuni titoli mariani». La cosa, dunque, non pare di piccolo momento; giacché il documento si presenta in forma di risposta a sollecitazioni molteplici su tali titoli mariani, sebbene con l’occasione si intenda anche richiamare i fondamenti della corretta devozione mariana: «mentre chiarisce in che senso sono accettabili o meno alcuni titoli ed espressioni riferiti a Maria, allo stesso tempo si propone di approfondire i corretti fondamenti della devozione mariana» (sempre Fernández nella Presentazione). Il fatto che occorre sottolineare è che – se da un lato il documento è rivolto ad un tema specifico come la legittimità dell’uso di alcuni titoli mariani che rimandano alla cooperazione di Maria all’opera salvifica – esso diventa anche per il Dicastero l’occasione per precisare stili e obbiettivi della corretta devozione a Maria. È forse questo fatto, però (verificare la legittimità di tali titoli e insieme dare uno sguardo alla devozione mariana in genere) che potrebbe anche essere all’origine di una certa verbosità del testo, che torna di frequente su argomenti che sembravano già sufficientemente affrontati nei passi precedenti.
Al n. 3 del documento, la citazione di un’udienza di Giovanni Paolo II del 9 aprile 1997 costituisce la domanda fondamentale della Nota: «Nell’interpretazione di questi titoli riferiti alla Vergine Maria, si tratta di come intendere l’associazione di Maria all’opera redentrice di Cristo, vale a dire: “Qual è il significato di questa cooperazione singolare di Maria nel piano della salvezza?”». Al n. 4 invece si distingue opportunamente tra partecipazione alla Redenzione oggettiva e partecipazione attuale per coloro che sono stati redenti da Cristo. Ma al n. 16 questa distinzione si disperde, nel momento in cui si mettono assieme titoli che hanno evidentemente a che fare con la partecipazione attuale di Maria per i redenti (Madre della Misericordia, Speranza dei poveri, Ausilio dei cristiani, Soccorso, Avvocata…) e i titoli su cui si appunta l’attenzione del documento e che sono attinenti alla partecipazione di Maria alla Redenzione oggettiva: Corredentrice e Mediatrice.
Al n. 22 si trova la risposta della Nota alla questione se si possa o meno utilizzare il titolo mariano di “Corredentrice”. La risposta è diretta e negativa (sebbene in una recente intervista il cardinal Fernández è sembrato ammorbidire la posizione sul punto: (vedi): «Considerata la necessità di spiegare il ruolo subordinato di Maria a Cristo nell’opera della Redenzione, è sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria. Questo titolo rischia di oscurare l’unica mediazione salvifica di Cristo […] Quando un’espressione richiede numerose e continue spiegazioni, per evitare che si allontani dal significato corretto, non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa sconveniente». La risposta è diretta, sebbene proprio gli aggettivi che nel testo sono in corsivo (“inappropriato” e “sconveniente”), meriterebbero dei chiarimenti: perché nella recente intervista del cardinale sembra che questa inappropriatezza si limiti al solo caso dei documenti ufficiali; d’altra parte, si dice che è sconveniente l’uso del titolo per il popolo di Dio, dal momento che tale titolo avrebbe bisogno di continue spiegazioni. La cosa però non dovrebbe allarmare un granché, perché non v’è chi non veda che anche i titoli mariani che sono stati definiti dal dogma nella storia (Madre di Dio, Immacolata, Sempre Vergine, Assunta) necessitino anch’essi di frequente (se non sempre) di una mediazione interpretativa.
Meno tranchant la posizione della Nota sull’altro titolo, quello di “Mediatrice”: «Nel contempo, abbiamo la necessità di ricordare che l’unicità della mediazione di Cristo è “inclusiva”, vale a dire, che Cristo rende possibile diverse forme di mediazione nel compimento del suo progetto salvifico perché, nella comunione con Lui, tutti possiamo essere, in qualche modo, collaboratori di Dio, “mediatori” gli uni per gli altri (cf. 1Cor 3,9)» (n. 28). Qui il tema si apre alla questione di come il concetto di “mediazione partecipata” si tenga assieme alla unicità della mediazione cristologica.
Vogliamo toccare un ultimo punto. Le parole iniziali della Nota (quelle che tradizionalmente danno il titolo ad un documento ufficiale) e l’ultima parte della Nota medesima recano con sé un titolo mariano (Mater Populi fidelis) che – per quello che si può apprendere in nota – si riferisce ad un passaggio del magistero di papa Francesco: esattamente al Messaggio per la XXXVII Giornata mondiale della Gioventù del 15 febbraio del 2022. Quello che ci domandiamo è se tutto questo non indichi una scelta in favore dell’introduzione di un nuovo titolo mariano, più confacente alla devozione mariana che la Nota ha inteso presentare nel suo sviluppo.

