La vera storia della cultura patriarcale.

709 459 Francesco Romano
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di Francesco Romano • Negli ultimi decenni con il moltiplicarsi delle violenze subite da donne, soprattutto nella cerchia delle relazioni familiari affettive su base sessuale, come nel caso di mariti, fidanzati, compagni di vita, che semplicemente parentale come da parte di padri, fratelli, zii, ecc., ha fatto riscoprire un termine, caduto in disuso o rimasto confinato nei programmi scolastici, tanto antico quanto discusso tra gli studiosi di antropologia e sociologia, il “patriarcato”.

Il termine patriarcale è stato usato la prima volta nel XIX secolo dagli antropologi per definire il modello familiare dove il pater familias, cioè il padre, il nonno, l’uomo più anziano, era la figura che godeva del pieno comando della casa.

Non di rado il concetto di patriarcato viene confuso con quello di maschilismo che è espressione di quei tipici atteggiamenti devianti e misogeni, che pretendono di avere una supremazia dell’uomo nei confronti della donna.

Il contesto a noi più recente in Italia, ma ormai lontano di quasi un secolo, o almeno da riportare alla metà degli anni cinquanta del secolo scorso, è l’ambiente agricolo, quello della famiglia colonica.

Una delle figure caratteristiche della mezzadria è il “capoccia”, l’altra è la “massaia”, la donna di casa e di faccende il cui regno è limitato al focolare, alla madia, al guardaroba fino al pollaio. Accanto e al di sopra di lei sta il capoccia.

Questi nasce, cioè è nominato, appena il contratto di mezzadria è stipulato e ha come primo compito di sorvegliarne l’adempimento secondo le disposizioni del padrone o del fattore.

Il capoccia è espressione della vita giuridica della famiglia dispersa nei campi e assorta nei lavori. Non è vero che egli sia sempre il più vecchio o il padre dei membri della famiglia colonica che, come tale, non è sempre una vera e propria famiglia.

Spesso nelle famiglie coloniche coloro che la compongono sono parenti in secondo o terzo grado e di frequente avviene che i membri della famiglia appartengano allo stesso casato e derivino dal medesimo ceppo, senza essere neppure parenti fra loro.

Quasi tutti gli uomini adatti al lavoro sanno più o meno adoprare le bestie, ma a questo lavoro ne vengono destinati un paio i quali prendono il nome di “bifolco”. Se i componenti della famiglia colonica non sono in numero sufficiente per lavorare il podere, vengono assunti uomini o donne detti “garzoni”.

Gli usi e le abitudini, ancora abbastanza diffusi fino a quasi mezzo secolo fa fra gli abitanti delle nostre campagne, erano tali da mantenere fra loro una grande moralità, spirito di famiglia, pace e concordia. Tutte le cose più importanti che si riferivano alla vita domestica e campestre erano regolate da abitudini e consuetudini tanto da verificarsi la massima giuridica che le consuetudini inveterate si custodiscono come una legge sacra.

L’amministrazione di tutti gli interessi della famiglia è devoluta al capoccia che, a sua volta, la sera intorno al focolare rende conto agli uomini della famiglia, parla sul da farsi per avere il consiglio non vincolante degli altri. Il padrone per tutto quello che si riferisce al podere considera il capoccia l’unico responsabile e con lui solo parla.

La nomina del capoccia avviene di solito in modo pacifico perché l’uso stabilisce che spetta al più vecchio di casa.

Se la famiglia si compone di consanguinei, cugini in diversi gradi, o persone non più parenti fra loro, i discendenti di uno stesso stipite in linea retta costituiscono un gruppo che è designato con il nome di ceppo e si dice a ragione che le persone appartenenti a un ceppo sono di un medesimo sangue.

Qualora la famiglia è così composta, il capoccia e la massaia sono sempre di due sangui diversi e il diritto di prendere moglie spetta a un uomo di ciascun ceppo. Le funzioni di massaia competono alla sposa entrata da più lungo tempo in famiglia e questa consuetudine serve a nominarla.

La massaia amministra il pollaio e ne percepisce tutte le rendite con le quali supplisce alle spese occorrenti per la biancheria della famiglia. Essa fa da mangiare, dirige i bucati, cuoce il pane, sorveglia tutti i lavori d’ago e le filature. Se le rendite del pollaio non bastassero, supplisce il capo di casa.

Il capoccia fornisce a tutti un paio di scarpe nuove ogni anno e ne paga le riparazioni, dà due vestiti completi per l’inverno e l’estate.

Quasi sempre i cibi nel campo sono portati dalla massaia. Il lavoro dura finché lo consente la luce. La sera la cena è intorno alla tavola apparecchiata. Dopo segue la recita del rosario, di inverno intorno al camino, e poi si ragiona dei lavori e degli interessi della famiglia. I giovanotti vanno a veglia in qualche altra casa vicina, le ragazze filano e cuciono.

Il matrimonio è regolato da consuetudini antiche. Al figlio maggiore non si dà moglie perché gli spetta il diritto di fare il capoccia. In generale quando un giovane ha conosciuto una ragazza che gli piace ne fa direttamente richiesta ai genitori di lei, una volta che ha ottenuto la loro adesione cerca un uomo di una certa età, detto “cozzone”, che prenda parte alle trattative insieme al padre, allo zio e a un fratello del giovane per sistemare tutti gli interessi delle famiglie e combinare la dote. Segue un lauto e sontuoso pranzo, ma ve ne saranno altri perché spesso le trattative richiedono più incontri.

La vigilia del matrimonio lo sposo con il fratello e con i bovi attaccati al carro vanno alla casa della sposa a prendere la cassa piena del corredo e dei regali, insieme all’arcolaio e alla rocca come emblemi di operosità della sposa. Tutte le trattative finiscono sempre con il mangiare.

Il capoccia per le sue qualità di competenza nelle cose contadinesche è scelto a “capo di famiglia”, o come spesso viene detto più propriamente a “capo di casa”, essendo riconosciuto più abile a trattare gli affari, più capace, più svelto, più pratico nel conoscere i bisogni della famiglia e nel provvedere alla loro soddisfazione.

Quello che può apparire solo un gioco di parole rappresenta due concetti molto simili, ma che non vanno confusi. Se si dice che il capoccia è il capo della famiglia, intendendo comunemente il capo civile della famiglia quale può risultare dai registri dello stato civile, si dicono due errori e insieme due verità.

Il primo errore è di supporre e di intendere per famiglia una vera e propria famiglia civile, mentre spesso in quella colonica gli individui sono di tre o quattro e più famiglie, neppure parenti fra loro. Secondo errore, quello di supporre che il capo di essa consegua questa sua qualità da delle ragioni di parentela, invece la ottiene da una semplice elezione fra i membri di quella che è una società e che ha solo il nome di famiglia.

Questo è tanto vero che il capoccia poteva essere cambiato ad arbitrio della famiglia colonica. Ora, se fosse stato il padre o il nonno o altra autorità per diritto di sangue, sarebbe assai curioso conciliare il concetto con la possibilità che cambi il soggetto. La verità è che quasi mai il capoccia coincide con la figura del padre. Bensì, il capoccia ha l’autorità di un vero e proprio capo di famiglia, e anche una autorità più complessa della patria potestà. Ma è un capo elettivo non naturale o civile: è un governatore e non un sovrano assoluto, legittimo per diritto di nascita.

Poiché la famiglia colonica è quel gruppo di individui che si riconoscono perché vivono sotto lo stesso tetto, cioè nella stessa casa, la scrupolosa esattezza del linguaggio toscano indica il capoccia anche con l’espressione “capo di casa”, che è più propria e più chiara e che non genera alcuna confusione, come l’altra “capo di famiglia”, chiara solo per chi avverte il significato speciale dei termini e conosce la vita e l’organizzazione delle famiglie toscane dei contadini.

L’elezione del capoccia ha lo scopo di mandarlo a dirigere l’esecuzione del contratto di mezzadria e a rappresentare la famiglia in tutti gli eventuali rapporti con il padrone, dinanzi al quale egli solo, per tutti, è il responsabile. Viene considerato un rappresentante della famiglia colonica accreditato presso il padrone.

All’interno della famiglia il capoccia ha un’autorità di esecuzione del contratto agrario, simile a quella del direttore di una industria. Come capo di casa ha facoltà più estese di quelle del capo di famiglia e ha una autorità più ampia della patria potestà, poiché questa non si esplica nei soli rapporti economici, ma si afferma su tutti quelli, anche i più intimi che intercorrono fra i diversi individui della famiglia. Egli può assumere atteggiamenti da piccolo sovrano familiare, anche di prepotenza. Spesso essendo scapolo, fa sentire il suo potere sulle donne della famiglia che non di rado subiscono con intima compiacenza una tirannia che sanno spesso addolcire.

La cultura patriarcale è quindi il grande insieme storico-politico che in epoche ormai lontane, soprattutto in ambito rurale, ha rappresentato un sistema di sicurezza sociale e lavorativa.

La cultura patriarcale trasmutata in altri contesti sociali nuovi o diversi da quelli dell’ambiente colonico, ha prodotto la mentalità maschilista caratterizzata da atteggiamenti misogeni. La definizione di cultura patriarcale si è allargata nel corso della storia e non si identifica più in quel modello di società familiare, bensì è in un dogma sociale al quale attenersi; una cultura, appunto. È questo tipo di cultura ad aver prodotto quegli atteggiamenti maschilisti visibili che sconfinano in gravi atteggiamenti come femminicidi, abusi sessuali, violenze e maltrattamenti domestici.

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Francesco Romano

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