
di Francesco Vermigli · Andare al Quirinale per un papa è un po’ come tornare a casa. Lo sappiamo bene che di acqua sotto i ponti del Tevere ne è passata tanta da quel 20 settembre del 1870, quando gli zuavi pontifici non ressero all’urto delle truppe italiane che premevano con le bombarde sulle mura accanto a Porta Pia (ma volevano davvero resistere gli zuavi? e voleva davvero resistere lo stesso Pio IX?). In realtà, che queste nostre iniziali considerazioni non siano del tutto campate in aria, ce lo dicono le stesse parole di Papa Leone XIV, pronunciate nell’atto di salutare il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella lo scorso 14 ottobre: «la ringrazio per le gentili parole che mi ha indirizzato e per l’invito a venire qui, al Quirinale, Palazzo a cui tanto sono legate la storia della Chiesa Cattolica e la memoria di numerosi Pontefici». Ma andiamo con ordine nel presentare questo discorso, di cui fin da subito si apprezza lo stile cordiale e il contenuto denso, pur nella brevità del testo.
Gratitudine. Il primo elemento che si ricava dal discorso in generale, è un senso pervasivo di gratitudine: gratitudine per i rapporti bilaterali tra l’Italia e la Santa Sede, che fattivamente si è manifestato e si manifesta in questo anno giubilare, colmo di iniziative e di eventi; anno segnato anche dalla vicenda unica della morte di papa Francesco e dell’elezione di Leone. Rilevante è l’accenno al centenario dei Patti Lateranensi che si sta avvicinando a grandi passi: «Tra pochi anni celebreremo il centenario dei Patti Lateranensi. A maggior ragione mi sembra giusto ribadire, in proposito, quanto sia importante la reciproca distinzione degli ambiti, a partire dalla quale, in un clima di cordiale rispetto, la Chiesa Cattolica e lo Stato Italiano collaborano per il bene comune, a servizio della persona umana, la cui dignità inviolabile deve sempre stare al primo posto nei processi decisionali e nell’agire, a tutti i livelli, per lo sviluppo sociale, specialmente per la tutela dei più fragili e bisognosi».
Pace. La pace è il primo grande tema affrontato nel discorso dal papa. Innanzitutto, richiama i tanti appelli e le tante accorate esortazioni per la pace pronunciati dai suoi predecessori: Benedetto XV, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI. Esprime poi il suo apprezzamento per le iniziative del governo italiano per i bambini di Gaza. Infine, ricorda il comune impegno di Italia e Santa Sede in favore del multilateralismo e, aggiungiamo noi, per la via diplomatica che così poco spazio ha nel quadro geopolitico di oggi.
Ecologia integrale. Il papa si sofferma poi sul tema della cura del creato: lo fa prendendo spunto dal prossimo (nell’anno 2026) ottavo centenario della morte di san Francesco, che «ci ha insegnato a lodare il Creatore nel rispetto di tutte le creature, lanciando il suo messaggio dal “cuore geografico” della Penisola e facendolo giungere, per la bellezza dei suoi scritti e la testimonianza sua e dei suoi frati, attraverso le generazioni fino a noi».
Famiglia e tutela della vita. Il tema dell’ecologia e della bellezza del creato si collega nelle parole del papa alla preoccupazione per il calo della natalità che contraddistingue in un non invidiabile primato la nostra nazione. Qui le parole prevalenti attorno al tema della famiglia sono: tutela, promozione, sostegno, garanzia, fiducia… Con naturalezza Leone XIV declina la sua esortazione rivolta all’Italia dal tema della famiglia a quello della tutela della vita: «in questo quadro si inscrive la fondamentale importanza, ad ogni livello, del rispetto e della tutela della vita, in tutte le sue fasi, dal concepimento all’età avanzata, fino al momento della morte» (con richiamo al discorso di papa Francesco alla Pontificia Accademia per la Vita del 27 settembre 2021).
Migranti e memoria dei padri. C’è un ultimo tema che viene affrontato; o meglio si tratta di un duplice tema, significativamente unito nella riflessione del pontefice. Da un lato il tema dell’accoglienza dei migranti (per la quale si loda lo stile di apertura e di solidarietà dell’Italia), dall’altro l’invito ad apprezzare modelli e valori dell’identità culturale: «c’è una certa tendenza, in questi tempi, a non apprezzare abbastanza, a vari livelli, modelli e valori maturati nei secoli che segnano la nostra identità culturale, addirittura a volte pretendendo di cancellarne la rilevanza storica e umana. Non disprezziamo ciò che i nostri padri hanno vissuto e ciò che ci hanno trasmesso, anche a costo di grandi sacrifici». La connessione tra i due temi – di per sé non immediatamente evidente – passa nelle parole del pontefice attraverso la questione dell’integrazione: «vorrei richiamare l’importanza di una costruttiva integrazione di chi arriva nei valori e nelle tradizioni della società italiana, perché il dono reciproco che si realizza in questo incontro di popoli sia veramente per l’arricchimento e il bene di tutti […] più si riconosce e si ama serenamente ciò che si è, più è facile incontrare e integrare l’altro senza paura e a cuore aperto».
Molti temi e molte questioni si sono intrecciate nelle parole di papa Leone XIV. Quello che ci pare apprezzare è quel tono cortese, lo stile sincero, il contenuto chiaro con il quale il papa si è rivolto a Mattarella e, attraverso di lui, a tutta l’Italia; nell’appello consueto, ma mai scontato e sempre da ribadire per il bene comune.

