di Alessandro Clemenzia · Concretezza ed ecclesialità del fare teologia. Con queste parole possiamo introdurre il discorso pronunciato da Papa Leone XIV ai partecipanti al simposio promosso dalla Pontificia Accademia Teologica il 13 settembre scorso, dove la teologia è presentata come «una dimensione costitutiva dell’azione missionaria ed evangelizzatrice della Chiesa». Si tratta di un invito rivolto non soltanto ai singoli studiosi, ma anche a tutte le comunità accademiche a prendere nuovamente coscienza della propria vocazione.
Teologhe e teologi, dunque, immersi come Chiesa nella realtà, senza vivere quell’ansia da prestazione tipica di chi intende sciogliere ogni nodo, con la pretesa di offrire sempre risposte certe, sicure, indiscutibili. Una teologia sapienziale, spiega il Papa, che scaturisca dalla vita, dalla storia in cui ciascuno è immerso, in quanto è proprio essa il luogo in cui la Verità abita e continua a donarsi ad ogni uomo e donna.
Il dialogo con le scienze, la filosofia e l’arte, e anche con la fisica, la biologia, le scienze economiche, quelle giuridiche, la letteratura, la musica, trova proprio nella concretezza della vita il luogo da cui partire. Ciò significa che l’interdisciplinarità, di cui tanto oggi si parla anche all’interno delle facoltà teologiche, trova la sua condizione di possibilità proprio nei soggetti che fanno teologia prima ancora che nell’oggetto d’indagine: nei soggetti che sono chiamati a vivere prima di tutto ad intra un’esperienza autenticamente ecclesiale del pensiero, per poi essere capaci di uscire, di dialogare ad extra, con quell’«ansia missionaria di comunicare a tutti il “sapere” e il “sapore” della fede, perché possa illuminare l’esistenza, riscattare i deboli e gli esclusi, toccare e guarire la carne sofferente dei poveri, aiutarci a costruire un mondo fraterno e solidale e condurci all’incontro con Dio».
Questa attenzione alla realtà, questa testimonianza di essere comunitariamente a servizio dell’umano «in tutte le sue dimensioni (personali, sociali e politiche) è la Dottrina sociale della Chiesa». Essa non è una disciplina tra le altre ma è interna alla teologia, e fa sì che quest’ultima rimanga tale lungo i secoli attraverso l’acquisizione di insegnamenti che provengono dalla tradizione e di quelli che la realtà quotidiana stessa insegna. Al contrario di quello che l’immaginario collettivo attribuisce alla parola “dottrina”, che richiama a qualcosa di statico, la Dottrina sociale della Chiesa non ha a che fare con “un insieme di dati” da trasmettere, ma è fondamentalmente una modalità di sguardo con cui la teologia costantemente si rivolge alla condizione dell’uomo e della donna di oggi.
Per questo il Papa invita le teologhe e i teologi presenti «a coltivare una teologia fondata sull’incontro personale e trasformante con Cristo e tesa a incarnarsi nelle concrete vicende dell’umanità odierna». Si comprende in questo modo come l’orizzontalità per la teologia non sia il campo di azione e di sperimentazione per verificare se il proprio insegnamento è ancora valido nella contemporaneità, ma è il punto di partenza della sua riflessione in quanto è abitata da quella verticalità, capace di offrire un effetto trasformante in coloro che si lasciano incontrare da essa. È evidente il cristocentrismo di Leone XIV che richiama anche la teologia ad essere costantemente “in uscita”, proprio in quanto Cristo abita quel “fuori” verso cui la Chiesa è chiamata ad andare.
Al termine del discorso, il Papa ha menzionato i tre volti dell’Accademia di teologia: «il volto accademico-scientifico, dove si esercita il rigore intellettuale, la ricerca e lo studio critico della fede; il volto sapienziale, che rappresenta il momento della contemplazione e del discernimento e coinvolge tanta gente comune attraverso i “cenacoli teologici”, dove la teologia diventa preghiera, ascolto e condivisione, aiuta a superare le false immagini di Dio e nutre la vita spirituale; e, infine, il volto solidale, proteso ad ispirare e animare gesti concreti di carità. La vera conoscenza di Dio, infatti, si concretizza in una vita trasformata dall’amore».
Queste parole sono in realtà rivolte a tutti i luoghi di formazione teologica: la ricerca e lo studio critico non rappresentano unicamente un’attività o un’attitudine personale del docente, ma è la spinta propulsiva di una comunità accademica volta a offrire nuovi linguaggi e metodi alla Chiesa stessa per rendere sempre più efficace la sua missione in un mondo che vive una costante e rapida transizione epocale. La natura sapienziale della teologia non coincide con la spiritualizzazione della realtà, ma al contrario: è riconoscere che, alla luce dell’incarnazione del Verbo di Dio, le cose, pur rimanendo sempre le stesse, non sono più come prima per coloro che le guardano, e che tutto ciò che è finito, mondano e persino impuro è il luogo in cui Dio continua a raggiungere la sua creatura. La teologia, inoltre, ha un profondo dinamismo solidale che spinge lo studioso ad una concretezza di gesti, che a loro volta diventano luoghi generativi di una nuova intelligenza di fede.
Una teologia, che non si traduce in ricerca, che perde il gusto sapienziale che la innerva e non ha più un’efficacia nell’esistenza concreta delle persone, rischia di non essere più in grado di prendere posizione di fronte a scenari di guerra e di violenza; di parlare di una pace astratta a prescindere dai contesti politici ed economici in cui si muove; di perdere il fiuto per distinguere ciò che è vero dall’apparenza.

