Le due alleanze secondo la lettera agli Ebrei

445 329 Stefano Tarocchi
  • 0

di Stefano Tarocchi · Seguendo il filo della liturgia domenicale di questo anno C che ci propone la lettura semi-continua della lettera agli Ebrei, riprendiamo un discorso che già avevamo affrontato in altre circostanze.

È importante notare prima di tutto che questo scritto, che si trova nel canone dopo le tredici lettere di Paolo, gli interpreti più autorevoli attribuiscono a uno scrittore anonimo, che pronuncia una vera e propria omelia rivolta a sacerdoti del tempio di Gerusalemme che sono passati alla fede in Cristo per rafforzarli nella loro fede. Nel capitolo 12 dopo varie istruzioni, la lettera mette a confronto l’Antica con la Nuova alleanza.

La lettera premette una forte esortazione: «Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore; vigilate perché nessuno si privi della grazia di Dio. Non spunti né cresca in mezzo a voi alcuna radice velenosa (cf. Dt 29,17), che provochi danni e molti ne siano contagiati. Non vi sia nessun fornicatore, o profanatore, come Esaù che, in cambio di una sola pietanza, vendette la sua primogenitura.  E voi ben sapete che in seguito, quando volle ereditare la benedizione, fu respinto: non trovò, infatti, spazio per un cambiamento, sebbene glielo richiedesse con lacrime» (Eb 12,15-17).

«Il passaggio che confronta le due alleanze mette in contrasto due grandi assemblee: quella degli Israeliti radunati al Monte Sinai per la ratifica dell’antica alleanza e la promulgazione della legge mosaica, e quella dei discepoli di Gesù radunati al Monte Sion, la Gerusalemme celeste, l’assemblea della nuova alleanza».

Cominciamo dalla prima alleanza, che il testo così descrive «Voi, infatti, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano <Dio> di non rivolgere più a loro la parola» (Eb 12,18-19).

Nel testo greco originale, addirittura, l’autore della lettera agli Ebrei evita di citare lo stesso nome di Dio, per significare al lettore che quella alleanza era totalmente fallimentare, e non raggiungeva lo scopo di entrare in contatto con Dio: un passaggio estremamente forte.
La liturgia, peraltro, omette due versetti: «Non potevano infatti sopportare quest’ordine: Se anche una bestia toccherà il monte, sarà lapidata.  Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: Ho paura e tremo» (Eb 12,20-21). 

Il testo si riferisce a quanto è scritto nel libro dell’Esodo: «Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: “Guardatevi dal salire sul monte e dal toccarne le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. Nessuna mano però dovrà toccare costui: dovrà essere lapidato o colpito con tiro di arco. Animale o uomo, non dovrà sopravvivere”. Solo quando suonerà il corno, essi potranno salire sul monte» (Es 19,12-13). E c’è un riferimento anche al Deuteronomio: «Io avevo paura di fronte all’ira e al furore di cui il Signore era acceso contro di voi, al punto di volervi distruggere. Ma il Signore mi esaudì anche quella volta» (Dt 9,19).

Ne risulta che prima alleanza viene descritta in termini quasi esclusivamente negativi e di terrore, la descrizione della nuova alleanza si sposta su un tono differente. Essi hanno in comune il verbo («vi siete accostati»), che ritroviamo anche in Eb 4,16; 7,27;10,22 e 11,6, per descrivere la relazione con Dio (Eb 12,22-24): «Voi vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti», ossia assimilati a Gesù nel sacerdozio.

Così dice lo scritto, che com’è noto parla solo del sacerdozio di Gesù, lui che era della tribù di Giuda, e da lui crea il sacerdozio di tutti i credenti. La lettera lo spiega chiaramente: «conveniva che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza» (Eb 2,10), lett. «colui che apre la strada della salvezza».

Il pensiero dello scritto agli Ebrei si rivolge quindi «a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova», al sangue che purificatore, che è più eloquente di quello di Abele».

E qui si evidenza un rapporto fra la voce di Abele e quella di Cristo. Come quello di Abele, il sangue di Cristo “parla” a Dio, ma lo fa in modo “migliore” Si è ipotizzata una distinzione tra il grido di vendetta pronunciato dal sangue di Abele e gli effetti redentivi del sacrificio di Cristo.

Tuttavia, la lettera aveva già specificato che Abele «per fede, offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, avendo Dio attestato di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora» (Eb 11,4). L’autore così «potrebbe avere inteso Abele come il primo martire, la cui morte, come quella di altri martiri, aveva un significato espiatorio. Se questo è il punto di confronto, allora il sangue di Cristo parla non in modo “diverso” ma in modo “superiore”, lui che opera la vera e duratura remissione del peccato» (Attridge).
Si tratta di una maniera estremamente raffinata di presentare la salvezza offerta dal Cristo, che mette in relazione il suo sacerdozio salvifico con quello dell’intero popolo di Dio. Tutto questo genera una riflessione profonda non sempre percepita nella sensibilità comune.

image_pdfimage_print
Author

Stefano Tarocchi

Tutte le storie di: Stefano Tarocchi