di Alessandro Clemenzia · «Oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede per poterla declinare negli scenari culturali e nelle sfide attuali, ma anche per contrastare il rischio del vuoto culturale che, nella nostra epoca, diventa sempre più pervasivo». Sono parole pronunciate da papa Leone XIV, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico della Pontificia Università Lateranense (svoltasi il 14 novembre scorso). In esse si può cogliere l’auspicio che una fede pensata e riflettuta venga sempre più resa capace di farsi “cultura”, non per contrastare o per porsi come antagonista di altre già esistenti, ma per colmare quel vuoto culturale che, mai come oggi, sembra investire trasversalmente la società.
Nell’odierno scenario, infatti, la riflessione teologica è chiamata a offrire il proprio peculiare contributo soprattutto facendo emergere la bellezza e la credibilità del “deposito della fede”, che non ha a che fare con uno statico bagaglio di concetti acquisiti lungo i secoli, ma con una dinamicità esperienziale che nasce dall’incontro con Cristo; in questo modo anche la teologia può presentarsi «come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società». Una teologia, invece, incapace di mostrare come la fede abbia qualcosa da offrire a quel desiderio di bene che alberga nel cuore di ogni uomo e donna rischia di perdersi in astrattismi accademici, inadatti a incidere dal di dentro e dal di sotto la realtà.
È di una teologia concreta, legata all’esperienza quotidiana, infatti, che si ha veramente bisogno, non al fine di rispondere con frasari preconfezionati alle domande poste e alle sfide provenienti dalla contemporaneità, ma – al contrario – per suscitare costantemente nuove domande a chi magari non ha gli strumenti necessari per esplicitarle. C’è bisogno di una teologia che sia davvero in grado di stimolare il cuore per dilatare la ragione e offrire uno sguardo capace di cogliere il senso più profondo e autentico della realtà.
Leone XIV ha poi presentato alcuni aspetti che dovrebbero caratterizzare un luogo di ricerca, davvero orientato verso le sfide del presente e del futuro. In primo luogo, egli ha menzionato la reciprocità e la fraternità. Ogni accademia dovrebbe sempre più diventare spazio in cui, più che alimentare il primato dell’io, si faciliti l’esperienza del “noi”, inverando così quella cultura della reciprocità, dell’alterità e del dialogo, che caratterizzano l’essere Chiesa. In secondo luogo, il papa ha menzionato la scientificità, facendo esplicito riferimento alla coscienza che la Chiesa dovrebbe sempre più acquisire circa l’importanza dello studio, per non scivolare nella tentazione di chi pensa che esso sia un’attività riservata a pochi privilegiati o addirittura che non serva alla vita reale e concreta. Chi non approfondisce culturalmente la propria esperienza di fede rischia di semplificare alcune questioni che invece sono assai complesse, e vanno così trattate con grande attenzione e con un orizzonte molto più ampio rispetto al proprio punto di vista. Invece talvolta si evita lo studio, con la scusa dell’urgenza pastorale, per «evitare la fatica del
pensiero». Assecondando questa fatica purtroppo si finisce con l’acquisire, anche inconsapevolmente, un approccio ideologico e apologetico verso la realtà, dettato da un semplice sentimentalismo religioso. La scientificità richiede, invece, lo sforzo di lasciarsi sempre più appassionare dalla ricerca della verità, ponendosi in continuo dialogo con altre scienze e discipline, al fine di avere veramente a che fare con le questioni più urgenti e reali della società. Infine, il papa ha sottolineato l’importanza del bene comune, ricordando come il fine dell’educazione non riguardi soltanto il rendere una persona più colta, più istruita, e dunque capace di argomentare le proprie idee, ma soprattutto quello di rendere ogni studentessa e studente protagonista nella costruzione di un mondo nuovo, dove non c’è più interesse a mettere un io contro un altro io, un noi in opposizione a un loro, ma avviando un processo capace, con tutte le possibili cadute, di costruire una comunione sempre più inclusiva.
Il papa, infine, ha augurato a tutti i presenti di continuare ad approfondire il mistero della fede, esercitandosi sempre di più, come in una palestra, a dialogare con il mondo e la società di oggi, «a immaginare spazi possibili per il cristianesimo del futuro, a lavorare con gioia perché tutti possano scoprire Cristo e, in Lui, trovare la pienezza a cui aspirano». È di Cristo che il mondo ha veramente bisogno, e non della Chiesa; forse è proprio dalla riscoperta di questa consapevolezza che ogni accademia teologica può davvero recuperare il senso della propria missione.

