di Francesco Vermigli · Lo scorso 19 settembre in San Giovanni in Laterano si è aperto l’anno pastorale della diocesi di Roma con una liturgia della Parola. In quest’occasione il papa ha dunque parlato alla sua Chiesa, presentandosi con la formula celeberrima di Agostino: «è per me una gioia trovarmi con voi nella Cattedrale di Roma: il Papa è tale in quanto Vescovo di Roma, e io sono con voi cristiano e per voi Vescovo». In questa sede, vorremmo rammentare gli snodi fondamentali del suo discorso e brevemente fermarsi su di essi.
Prendendo spunto dall’incontro di Gesù con la samaritana, che era stato appena proclamato nella liturgia della Parola – in modo particolare soffermandosi sul versetto che dice: «Se tu conoscessi il dono di Dio!» (Gv 4,10) – il papa facilmente rimanda alla lettura tradizionale che intende il dono di Dio come lo Spirito santo, «che estingue le nostre arsure e irriga le nostre aridità, facendosi luce sul nostro cammino». Il rimando allo Spirito santo e il veloce richiamo al carattere sacramentale della Chiesa (quel carattere che è siglato in testa alla Lumen gentium, dove si legge: «la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano») sfuma velocemente sul tema del cammino sinodale; giacché è lo Spirito che guida la Chiesa in questo cammino ed è tutta la Chiesa-sacramento che è coinvolta in questo cammino.
Queste considerazioni iniziali hanno lo scopo di introdurre all’affondo più direttamente diocesano del suo discorso. È in questo momento che compare l’immagine assai evocativa della Chiesa di Roma come “laboratorio di sinodalità”; immagina che dà anche il titolo a questo articolo. Con questa formula, dice il papa, si intende quella capacità di realizzare “fatti di Vangelo”: vale a dire una Chiesa che guidata dallo Spirito senta in sé continuamente l’appello a generare una nuova realtà, percorrere nuove strade, intraprendere nuovi percorsi. Non nell’ingenua illusione (e illusione anche molto mondana) che il nuovo sia per definizione migliore (e perché lo dovrebbe essere?), ma solo perché appartiene al Vangelo la capacità di creare cose nuove; secondo le parole bellissime di Ap 21,5: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Nella concretezza, papa Leone in prima battuta individua un paio di luoghi adatti a iniziare cammini di sinodalità e invita a fare discernimento sulle priorità della pastorale diocesana.
Innanzitutto, per raggiungere l’obbiettivo di «lavorare per la partecipazione attiva di tutti alla vita della Chiesa» individua negli organismi di partecipazione quelli strumenti che «aiutano il Popolo di Dio a esercitare pienamente la sua identità battesimale, rafforzano il legame tra i ministri ordinati e la comunità e guidano il processo che va dal discernimento comunitario alle decisioni pastorali». In seguito lo sguardo del papa si poggia «sulle prefetture, sugli altri organismi che connettono ambiti diversi della vita pastorale, così come sugli stessi settori diocesani, pensati per collegare meglio parrocchie vicine in un determinato territorio con il centro della diocesi», esortando affinché «a fare di questi organismi dei veri e propri spazi di vita comunitaria dove esercitare la comunione».
Giunto ad individuare le priorità, 1) la prima che il papa invita a considerare è quella che chiama la “cura del rapporto tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione”, perché «iniziare alla vita cristiana è un processo che deve integrare l’esistenza nei suoi vari aspetti, abilitare gradualmente alla relazione con il Signore Gesù, rendere le persone confidenti nell’ascolto della Parola, desiderose di vivere la preghiera e di operare nella carità». Si esorta ad una cura particolare per coloro che accedono al battesimo in età adolescenziale o adulta. Quindi 2) riconosce il carattere fondamentale del coinvolgimento dei giovani e delle famiglie nella pastorale ordinaria: in questo ambito invita a «impostare una pastorale solidale, empatica, discreta, non giudicante, che sa accogliere tutti, e proporre percorsi il più possibile personalizzati, adatti alle diverse situazioni di vita dei destinatari». Infine, 3) il terzo e ultimo obbiettivo prioritario è riattivare la formazione a tutti i livelli: «non dobbiamo illuderci che basti portare avanti qualche attività tradizionale per mantenere vitali le nostre comunità cristiane. Esse devono diventare generative: essere grembo che inizia alla fede e cuore che cerca coloro che l’hanno abbandonata».
C’è un ultimo passaggio degno di nota nel discorso del papa; un passaggio che merita una breve e finale sosta. Dice il papa: «Tutto questo, mi raccomando, dev’essere pensato e fatto insieme, in modo sinodale, come popolo di Dio che non smette, con la guida dei pastori, di attendere e sperare che al banchetto preparato dal Signore, secondo la visione del profeta Isaia (cfr 25,6-10), possano, un giorno, sedersi veramente tutti». Si notano alcune cose: che il cammino è da fare insieme, sinodalmente, con la guida dei pastori (e qui risuona quello che si leggeva all’inizio: «con voi cristiano e per voi Vescovo»); ma che questo cammino non è fine a se stesso, ma attende un compimento, una realizzazione escatologica. Perché nessuno venga escluso non tanto alle riunioni, ma al banchetto celeste.

