di Antonio Lovascio · Non mi basta aver letto tempo fa “Il libro dell’inquietudine” (di Fernando Pessoa) per trovare motivazioni alle paure che in questi giorni come operatore della Comunicazione provo nel leggere non solo i vantaggi ma anche le implicazioni etiche e di sicurezza dell’Intelligenza Artificiale, per gli effetti dirompenti che sta avendo e che ancor più avrà sul sistema mediatico e relazionale già pesantemente condizionato dalle ambiguità di Internet e dei Social. Una rivoluzione digitale molto opportunamente posta al centro da Papa Leone XIV parlando al milione di giovani accorsi da tutto il mondo a Tor Vergata e di tutto l’evento giubilare.
Non mi tranquillizza, certo, veder scorrere nel web un video fake generato dalla IA con un non celato spirito razzista, pubblicato sul suo social Truth da Donald Trump, in cui si vede l’ex presidente Barack Obama arrestato alla Casa Bianca con l’accusa di alto tradimento, circondato da agenti dell’Fbi, mentre lui, Trump, se la ride poco distante. La clip virale mostra pure Obama in tuta arancione, solo in cella: un’immagine umiliante che richiama l’abbigliamento dei detenuti di Guantanamo e segna il prevalere, perfino nel discorso pubblico, dei peggiori sentimenti umani. Non c’è dubbio che il presidente Usa, con l’aiuto di forze occulte, semini disinformazione e confusione, distogliendo così l’attenzione da altri dossier più scottanti come i tanti processi giudiziari cui è sottoposto e soprattutto dal “caso Einstein”, il finanziere pedofilo morto in cella nel 2019, per anni amico di Trump, prima di cadere in disgrazia ed essere condannato per abusi sessuali e traffico internazionale di minori.
Non di meno preoccupa chi lavora nei Media la fretta che gli editori hanno di imporre la IA nel nuovo contratto dei giornalisti, fermo al 2013. Preoccupazione raccolta da Pina Debbi, vicedirettrice del Tg La7 e dottoranda in Learning Sciences and Digital Technologies all’Università di Modena e Reggio Emilia, che – come informa la Federazione Nazionale della Stampa Italiana – sta mettendo insieme dati ed esperienze reali con un’attenzione particolare a contesto, strumenti, percezioni, bisogni formativi. Questo perché in molte redazioni l’intelligenza artificiale ( utilizzata nelle indagini investigative, come stiamo scoprendo in questi giorni nelle cronache della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco) pare sia già entrata in silenzio. Non attraverso progetti formali o policy strutturate, ma nel lavoro quotidiano: c’è chi utilizza strumenti generativi per riformulare testi, sintetizzare contenuti, trovare ispirazione, accorciare i tempi di produzione. Lo fa spesso in autonomia, senza linee guida, senza tutele, senza un confronto aperto. Mentre per fortuna nel mondo molte testate internazionali hanno già avviato sperimentazioni controllate e trasparenti.
Dal derby in corso nel governo italiano tra il ministro della Difesa Crosetto e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Mantovano sul “dominio cyber“, notiamo quanto l’Intelligenza artificiale stia diventando sempre più importante nella Sicurezza degli Stati. L’IA può automatizzare compiti, analizzare grandi quantità di elementi e adattarsi rapidamente ai cambiamenti, diventando uno strumento prezioso per la Cybersecurity. Purtroppo può essere utilizzata anche per scopi malevoli, con la creazione di software più sofisticati, e per frodi informatiche più efficaci. La sicurezza dell’IA stessa è diventata una priorità. Ed è giusto pretendere che queste tecnologie rivoluzionarie siano impiegate in modo responsabile e per il bene comune. L’Ue sta adottando un approccio focalizzato sull’eccellenza e sulla fiducia, ma il quadro giuridico deve essere ancora completato per una gestione sicura e affidabile che rispetti i diritti fondamentali e i valori europei.
L’umanità si trova oggi a un “bivio”, come afferma Papa Leone XIV. Da un lato c’è il potenziale dell’IA capace di svolgere compiti con “incredibile velocità ed efficienza” e di trasformare settori come l’istruzione, il lavoro, l’arte, la sanità, la governance, la Difesa militare e la Comunicazione. Dall’altro però è altrettanto evidente la sua incapacità di replicare il “discernimento morale” e di intrecciare relazioni autenticamente umane. La via da seguire consigliata da Prevost (che ha analizzato a fondo gli algoritmi avendo conseguito, prima degli studi in Teologia e Filosofia, la laurea in Matematica presso la Villanova University) è quella di una “gestione coordinata locale e globale” che guidi lo sviluppo delle nuove tecnologie nel rispetto dei valori autenticamente “sociali”. Come ha sottolineato il Pontefice nel Messaggio inviato al Forum di Ginevra organizzato dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU), sebbene la responsabilità dell’uso etico dei sistemi di IA inizi da chi li gestisce e li supervisiona, non va dimenticato che anche chi li usa deve condividere questa responsabilità. L’Intelligenza Artificiale richiede quindi una gestione etica adeguata e quadri normativi centrati sulla persona umana, che vadano oltre i meri criteri di utilità o efficienza. In definitiva, “non dobbiamo mai perdere di vista l’obiettivo di contribuire a quella ” tranquillitas ordinis – la tranquillità dell’ordine”, come la chiamava Sant’Agostino ( De Civitate Dei ) e promuovere un ordine più umano nelle relazioni sociali e società pacifiche e giuste al servizio dello sviluppo umano integrale e del bene della famiglia umana”. Ecco perché la Chiesa sollecita una “cooperazione globale” e un impegno costante per portare i benefici delle tecnologie più avanzate della comunicazione alle popolazioni di tutto il mondo: per aprire nuovi orizzonti di uguaglianza e non certo per alimentare conflitti. Sapendo che la sfida di “connettere la famiglia umana” attraverso i diversi mezzi a disposizione è particolarmente cruciale nelle aree “rurali e a basso reddito”, dove ancora circa 2,6 miliardi di persone non hanno accesso a questi sistemi.

