L’umanità del prete

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di Alessandro Clemenzia · L’umanità del prete sembra essere talvolta un argomento capace ancora di provocare, più in coloro che sono all’interno della Chiesa che in chi vive all’esterno di essa, un grande disagio. Le motivazioni sono diverse: ci sono anzitutto difficoltà ad accettare che persone consacrate possano cadere negli stessi errori condannati dal pulpito; c’è poi chi pensa che l’unico criterio di giudizio sia la coerenza personale, per cui risulta totalmente inaccettabile che esistano uomini che non facciano corrispondere i fatti alle parole. Gli scandali avvenuti a causa di abusi di diverso genere all’interno delle “mura ecclesiastiche” hanno insegnato e continuano ancora oggi a insegnare, in primo luogo proprio ai consacrati e alle consacrate e poi anche a tutti i laici “impegnati”, l’importanza di non censurare mai dalla propria umanità tutto il negativo, le ferite e il peccato che contraddistinguono il vissuto di ciascuno. Probabilmente la riflessione ecclesiale sta sempre più prendendo atto che all’interno della Chiesa esistono i medesimi problemi che, al suo esterno, essa cerca di sconfiggere; problemi che non si presentano mai in modo astratto e teorico, ma molto concreto, in quanto affiorano proprio nella quotidianità dell’esperienza religiosa.

Quali preti per quale mondo? È questa la domanda più urgente a cui i formatori, nei seminari e negli altri luoghi di formazione, cercano di trovare una risposta. È sempre più importante riscoprire, proprio all’interno della riflessione ecclesiale sulla sinodalità della Chiesa, quale sia l’identità del presbitero nella realtà di oggi.

È recentemente uscito un volume di Domenico Marrone, Preti umani, troppo umani? Sfide e contraddizioni del ministero ordinato (EDB 2025), in cui sono presentate varie questioni che guardano molto da vicino la vita del prete, e invita ad andare a fondo sulla natura di alcune contraddizioni assai diffuse nella Chiesa. Diversi i temi affrontati in questo libro: in questa sede ne illustreremo in modo sintetico soltanto alcuni, scegliendo l’ordine proposto dall’autore. Quest’ultimo passa dalla vanità, quell’apparenza che, al contrario della verità, «prevale là dove si dà preferenza all’effimero rispetto a ciò che è duraturo nel tempo» (p. 20), all’anaffettività, che rende il cuore del prete sempre freddo e chiuso alla possibilità di nuove relazioni, facendogli così perdere «la bellezza intrinseca del celibato, il quale è concepito per potenziare le relazioni anziché reprimerle» (p. 30).

Interessanti alcune sottolineature presenti nel libro, in quanto mostrano come al centro della riflessione non ci siano i tratti caratteriali dei singoli, ma alcune problematiche che nascono o vengono alimentate proprio all’interno della vita ecclesiale e che, sempre in essa, possono anche arrivare a trovare una giustificazione plausibile della loro esistenza. Per cui, ad esempio, il dramma dell’anaffettività non sta tanto nell’introversione di un carattere personale, ma in una forma di anaffettività tante volte “addestrata”, frutto di una peculiare educazione ricevuta nel tempo della formazione, per cui il modello del presbitero viene rintracciato nella persona che sa cavarsela da sola senza mai domandare aiuto ad alcuno.

Una dinamica che, secondo Marrone, è sempre più diffusa ed esplicita nella Chiesa è l’ipocrisia, «quella tendenza alla teatralità ingannevole» (p. 42) che porta costantemente il singolo a occultare la propria vera identità, nascondendo la vulnerabilità e la precarietà del proprio vissuto nell’immagine che viene presentata o addirittura nel ruolo che viene svolto. Legata a questa dinamica viene considerata anche l’adulazione, che consiste nel fare e nel dire anche ciò che in fin dei conti non si reputa vero al fine di ottenere qualcosa per sé: si arriva così a manipolare l’altro, in quanto l’unico bisogno che si vuole appagare è quello di essere approvato. Un atteggiamento manipolatorio che si insinua anche nel rapporto tra i presbiteri e il proprio vescovo, per cui diventa necessario affermare il falso per compiacere l’altro.

Sono tutte problematiche, quelle illustrate in questo libro, che divorano l’interiorità del singolo e lo rendono schiavo di se stesso, andando piano piano a distruggere l’ambito delle relazioni interpersonali. Basti pensare, ad esempio, al narcisismo, in tutte le diverse forme che esso può assumere, da quello centrifugo, che parte dal proprio io e si orienta a influenzare gli altri, a quello centripeto, che invece parte dall’altro e genera una certa dipendenza dell’io dall’opinione altrui. Anche il narcisismo è entrato in modo dirompente all’interno della Chiesa, portando i presbiteri, ad esempio, a cercare un’eterna visibilità attraverso il proprio modo di fare o di parlare.

Tanti altri sono i temi trattati in questo testo, dall’attivismo al paternalismo, ecc. Faccio mie le parole scritte da Enzo Bianchi a prefazione di questo libro: «Domenico Marrone, presbitero e teologo attento alla vita presbiterale, in diversi interventi ha esplorato le tentazioni del presbitero in un’ora nella quale più che mai si addensavano scandali e critiche su questa figura ecclesiale: da vero cardiognostico sa indicare le malattie, le cure e le medicine. Ma ciò che è straordinario in lui è che nell’avvertire dei pericoli in cui si può incorrere non ha mai un occhio da spione, né uno spirito che ama condannare; mostra invece la misericordia di chi legge l’infedeltà al vangelo senza rigorismi, senza rigidismi, del tutto esente da una preoccupazione legalistico-morale» (p. 8).

Questo testo di Marrone è un invito a prendere sul serio alcuni drammi che il prete può trovarsi a vivere, divenendo non solo schiavo di se stesso ma anche di un’immagine di presbitero che, seppure notoriamente infondata, può essere ancora proposta come autentica. Si tratta di un invito, inoltre, a riscoprire la bellezza di una vocazione particolare proprio all’interno di una riflessione ecclesiale che voglia dirsi davvero “sinodale”.

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