Quanto più sei grande, tanto più fatti umile,
e troverai grazia davanti al Signore.
Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi,
ma ai miti Dio rivela i suoi segreti.
Perché grande è la potenza del Signore,
e dagli umili egli è glorificato.
Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio,
perché in lui è radicata la pianta del male. (Sir 3,18-21.30)
di Gianni Cioli · Queste parole del Siracide, che possono costituire un prezioso spunto di riflessione, sono uno stralcio della prima lettura della messa della XXII domenica del tempo ordinario – anno C, con cui si è concluso il mese di agosto.
Sono parole che trovano ampio riscontro nei discorsi e nei gesti di Gesù riportati dai vangeli.
Ma, sono parole che, all’apparenza, suonano anche decisamente inattuali. Nella contingenza storica, per altro dolorosa, che stiamo vivendo, pare infatti che il consenso delle masse sia oltremodo attratto dalla ostentazione della superbia.
Assistiamo quotidianamente a esibizioni di superbia, orgoglio e vanagloria che superano ogni misura del senso del ridicolo, da parte di chi si compiace di avere in mano le sorti del mondo. Ma tutto ciò, anziché produrre perplessità, pare accrescere il consenso dei sostenitori e suscitare fascino e ammirazione in molti interlocutori, fra cui capi e cape di governo, che non è sempre facile capire “se ci siano o ci facciano”.
In un mondo che rischia di non avere più il senso del “ridicolo della superbia”, è ancora possibile educare all’umiltà? Perché questo è il punto. Non si tratta solo di vivere secondo virtù, se vogliamo che l’umanità abbia un futuro. Si tratta di educare, ovvero di trasmettere alle nuove generazioni le cose più preziose che abbiamo ricevuto. L’umiltà è una di queste, non certo l’ultima in importanza.
I cristiani, nel corso della storia, si sono sempre dovuti confrontare con questa sfida. La superbia ha avuto sempre un suo fascino e una perversa capacità di presentarsi sotto le sembianze di virtù. Ma i nostri antenati cristiani, spesso, hanno saputo individuare correttivi efficaci al fascino dell’arroganza. Ad esempio, in un contesto storico, come quello della Firenze del secolo XIV, attraversato da drammatici conflitti ingenerati da interessi di parte ed egoistici calcoli economici, ma contrassegnato anche dal contrappunto di un’altissima idealità, è significativo che, nella porta sud del battistero fiorentino, realizzata in bronzo da Andrea Pisano, alla consueta raffigurazione delle sette virtù fondamentali, tre teologali e quattro cardinali, sia stata affiancata, come ottava, proprio la virtù dell’umilità (rappresentata con una torcia accesa come a sottolineare il suo ruolo illuminante per l’esercizio della vita virtuosa).
Anche oggi dovremmo trovare il coraggio (e ce ne vuole) di vivere l’umiltà e di educare ad essa, educando, ad esempio, al gusto della misura; lasciandoci illuminare anche dalla oggettiva verità dei nostri limiti e, non ultimo, pur nella consapevolezza della tragicità dell’attuale congiuntura storica, dal senso del ridicolo che, in fin dei conti, è anche sensibilità estetica.
Senso del ridicolo e umiltà si possono in effetti incontrare nell’atteggiamento di una sana autoironia (la cui pratica, per altro, credo sia uno degli indicatori più evidenti della libertà dal narcisismo), da coltivare e da insegnare. Ritengo, peraltro, che la persona umile sia capace non soltanto di autoironia, bensì anche di ironia nei confronti di chi è superbo. Si tratta di una ironia che non è mancanza di carità, ma è percezione della verità o, meglio della “non verità” della superbia. Avere carità, infatti, non significa non denunciare il male, ma, al contrario, è riconoscerlo e smascherarlo, senza però coltivare odio (e anche questa è una grande sfida) nei confronti di chi lo compie.
Certo, capisco che non si possa ridurre alla maieutica del senso del ridicolo tutta l’educazione all’umilità e alla verità. Ma potrebbe essere un punto di partenza per un impegno che non è lecito disattendere.
Del resto, anche Gesù, nel vangelo che la liturgia della XXII domenica del tempo ordinario – anno C ha scelto di abbinare al brano del Siracide che abbiamo considerato, pare fare appello proprio al senso del ridicolo, per esortare all’umiltà:
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14,1.7-11).

