di Filippo Meli · A sessant’anni dalla prima pubblicazione di Meditazione sull’Apocalisse di don Divo Barsotti stupisce come possa ancora considerarsi attuale il tipo di lettura che Barsotti fa di questo testo biblico. Più volte in articoli passati è stato sottolineato come la lettura del libro dell’Apocalisse sia di difficile interpretazione e ostica per chi ci approccia per la prima volta o senza un’adeguata formazione sulla cultura giudaica in cui certamente l’autore scrive. Barsotti sembra quasi voler rispondere a questa esigenza cercandone una lettura di stampo più spirituale.
È indubbia la profonda conoscenza filosofica, teologica e spirituale dell’autore e di fronte ai molti stili d’interpretazione lui ha una lettura molto particolare del testo, sostenendo che «l’Apocalisse, invece di narrare la storia dell’ascensione del Cristo alla sua seconda venuta, ci dice che il contenuto di tutto questo tempo non è altro che la fine; il tempo fra le due parusie non ha un suo contenuto: è una fine che sempre si compie e tuttavia continua a compiersi». Una prospettiva, quindi, estremamente spirituale e, in un certo senso, liturgica della storia.
La spiritualità monastica e la formazione filosofica dell’autore vengono quindi fuori in maniera preponderante, forse a discapito però di una lettura più tecnica e filologica del libro. Questo non esclude la profonda conoscenza di Barsotti di studi e commentari sul libro che evidentemente emergono, semplicemente l’autore scegli una linea tutta sua. Non sempre adotta un linguaggio facile e alcune volte sceglie delle interpretazioni non condivise da tutti gli autori; come, per esempio, la questione sull’autore del testo, che Barsotti identifica quasi senza dubbio con l’apostolo Giovanni, opinione considerata molto dubbia dalla maggioranza dei commentari.
Questo testo non è, quindi, né vuole essere un nuovo commentario. Non a caso le questioni teologiche sull’Apocalisse e gli aspetti più tecnici (autore, destinatari, …) vengono relegati alla fine del libro in una sintesi che pare essere più l’opinione personale, sicuramente approfondita e studiata, da parte di Barsotti. Questa scelta può far storcere il naso a chi si approccia a questo libro, di solito queste questioni vengono affrontate subito nell’introduzione, in modo da far comprendere meglio al lettore a cosa andrà incontro. Ma, come detto, questo non è un commentario e non vuol esserlo, la scelta di sintetizzare i temi tecnici e teologici alla fine del testo è probabilmente una scelta volta a lasciare una libera interpretazione spirituale e mistica del libro dell’Apocalisse.
Il commento di Barsotti spesso risulta ostico e i termini usati possono risultare difficili e richiedono una certa “calma” nella lettura. Sentir parlare di «furore dell’ira di Dio» il quale «è un aspetto dell’amore», può spaventare e non sempre s’intuisce bene di cosa stia parlando, ma si tratta comunque di un testo del 1966 con i forti echi del post Concilio sia in termini di linguaggio che di contenuto teologico. Questo però non deve spaventare il lettore, piuttosto può diventare un ottimo spunto da cui partire per avere più chiaro il testo dell’Apocalisse. Apre alla possibilità di leggere uno dei libri più difficili del Nuovo Testamento con una chiave spirituale, apre ad interpretazioni mistiche e liturgiche e identificazioni non banali: per esempio, la “donna” del Capitolo 12 è identificata sia in Israele che nella Chiesa. Non un libro di studio, ma un libro da studiare. Una chiave molto personale di Barsotti, che da profondo uomo di preghiera, invita a leggere e meditare un libro biblico spesso evitato o trascurato a causa della sua difficile interpretazione.

