di Alessandro Clemenzia · “Sinodalità” è un termine che ha sempre suscitato e continua a suscitare ancora oggi diverse reazioni in ambito ecclesiale soprattutto nel momento in cui si comincia a spiegare cosa si intenda con questo termine, che non allude a un astratto concetto teologico, ma intende realizzare concretamente un nuovo stile di essere Chiesa.
Si potrebbe anche dire che la sinodalità ha a che fare contemporaneamente con una teoria e con una prassi che hanno trovato, soprattutto in quest’ultimo decennio, la possibilità di essere messe al centro della riflessione ecclesiale, seppure il dibattito su questo tema, per quanto recente possa essere, è chiaramente rintracciabile negli anni Sessanta dello scorso secolo.
Leone XIV, rivolgendosi ai partecipanti al giubileo delle equipe sinodali e degli organismi di partecipazione, lo scorso venerdì 24 ottobre, è tornato nuovamente su questo tema: nel rispondere alle diverse domande, ha così indicato in cosa consista l’importanza che ancora oggi può avere un’autocoscienza di essere Chiesa legata alla sinodalità.
Sin dalla risposta alla prima domanda, il papa ha legato questo termine alla missione, spiegando che, per quanto si tratti da parte della Chiesa di guardare in modo sempre nuovo sé stessa alla luce del tempo che sta vivendo, il processo sinodale «doveva servire ad aiutare la Chiesa a svolgere il suo ruolo primario nel mondo: essere missionaria, annunciare il Vangelo, rendere testimonianza alla persona di Gesù Cristo in ogni parte del mondo, fino agli estremi confini della terra». Si tratta, in altre parole, di recuperare una coscienza di essere “popolo di Dio” strettamente orientata verso una sua “estroversione”. Questo significa prima di tutto che il fine della sinodalità non può ridursi a un discorso sulla riforma strutturale o alla formulazione di un modello unico da applicare sic et simpliciter a tutte le Chiese locali: «Non stiamo cercando un modello uniforme, e non proporremo un modello che dica a ogni Paese “ecco come dobbiamo fare”. Si tratta piuttosto di una conversione a uno spirito di essere Chiesa e di essere missionari».
Questa attenzione ad essere una comunità estroversa significa recuperare costantemente uno guardo verso i reali problemi dell’umanità, che molto spesso non coincidono con le urgenze ecclesiali; per questo in modo provocatorio il papa ha ribadito: «Noi intanto ci godiamo il lusso di sederci attorno a spazi molto confortevoli e di riflettere su temi che a volte possono sembrare molto teorici. Ma quando sentiamo il grido urgente di persone in diverse parti del mondo, a causa sia della povertà e dell’ingiustizia, sia del cambiamento climatico, o per altri motivi, ci rendiamo conto che non stiamo riflettendo solo su questioni teoriche e che è necessaria una risposta urgente».
Recuperare uno sguardo missionario, dunque, significa prima di tutto che la Chiesa è chiamata a conoscere e ad assumere i drammi che le persone vivono nella loro quotidianità: soltanto ponendosi in questa condizione di ascolto vero e autentico la comunità cristiana può sperimentare una nuova coscienza di sé: sinodalità non è, dunque, immaginarsi una Chiesa a proprio piacimento, nonostante quest’ultima sia chiamata costantemente a rinnovarsi. Una renovatio che ha a che fare, prima ancora che a livello strutturale, con la conversione di ogni persona. Il papa, nel rispondere a un’altra domanda, dove si allude a persone che ricoprono anche responsabilità ecclesiali e che mostrano una certa reticenza nell’accogliere il cammino sinodale, chiede ai presenti di ricordare che non tutti corrono alla medesima velocità; non si tratta, dunque, di “insistere” e di “convincere”, ma al contrario di essere pazienti, favorendo in ogni occasione e in ogni luogo esperienze di comunione; in altre parole, che non sia proprio la sinodalità a dividere la Chiesa. Leone XIV invita inoltre a favorire una formazione in tal senso a tutti i livelli, in quanto molto spesso le resistenze nascono proprio dall’ignoranza di ciò che viene proposto: «A volte si danno risposte pronte senza l’appropriata e necessaria preparazione per giungere a conclusioni che forse alcuni di noi hanno già tratto, ma altri non sono ancora pronti o in grado di comprendere. E senza un’adeguata formazione a tutti i livelli – nelle scuole, nei seminari, nei programmi di formazione permanente, nella formazione adulta per i laici, e così via – continueranno a esserci resistenze e mancanza di comprensione».
Ciò che può aiutare realmente a far sì che un maggior numero di persone si apra sempre di più all’esperienza di una Chiesa sinodale, spiega ancora il papa, non è il processo sinodale stesso, ma la testimonianza di fede di coloro che vivono questa esperienza del “camminare insieme”: ciò che attrae, infatti, è vivere «quella vicinanza con Cristo stesso che può accendere nei nostri cuori il desiderio di essere discepoli, discepoli missionari fedeli nel cammino». Sinodalità, missione e renovatio sembrano così essere termini molto legati tra loro per comprendere fino in fondo il significato di un’autentica riforma della Chiesa, fondata sulla comunione.

