Turchia: alla ricerca di un cristianesimo che si è smarrito

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di Stefano Tarocchi • Di ritorno da un recente viaggio nell’area orientale della Turchia, in un viaggio arrivato fino ad Antiochia sull’Oronte (Antakia), dove per la prima volta i discepoli di Gesù Cristo, secondo gli Atti degli apostoli vengono chiamati cristiani (Atti 11,26), dal cui porto partirono i viaggi di Paolo (Seleucia di Pieria, oggi nota come Çevlik), vorrei tentare alcune considerazioni sulla situazione delle chiese cristiane, che secondo i dati ufficiali arrivano allo 0,2% della popolazione totale della Turchia, che raggiunge oltre 87 milioni di persone dall’età media di 33,5 anni.

Vogliamo riportare all’attenzione del lettore anche altri dati molto interessanti. In un paese dove lo sviluppo economico ha conosciuto la costruzione di ottime strade a più corsie e dall’asfalto perfettamente steso, che raggiungono tutte le località del paese, compresi i centri minori. Si tratta di infrastrutture realmente efficienti che nel nostro paese, con la sua asfissiante burocrazia a più volti, invidiamo. Inoltre, la Turchia possiede una rete telefonica che permette di essere collegati da qualunque parte dell’immenso territorio, cosa che noi nella penisola ormai da tempo ci sogniamo.

Il paese, situato geograficamente in un’area dalla fragile situazione sismografia complessa si sta riprendendo con grande energia dal rovinoso terremoto del 2023. Non meno interessante l’approccio statale ai siti archeologici in questo paese che ne presenta un panorama ricchissimo, ancora da esplorare appieno. Rammento due soli siti: Laodicea, una delle sette chiese dell’Apocalisse, e San Salvatore in Chora, ad Istanbul, come esempio della cura che l’ente pubblico affronta per valorizzare siti e spazi meritevoli di una visita approfondita.

Ero già stato a Tarso nel 1998, il luogo natale dell’apostolo Paolo – se non vogliamo tener conto dei dati forniti da San Girolamo, che parla della città di Giscala in Galilea. Nella moschea in cui, è stata trasformata dopo il terremoto del 2023 la chiesetta esistente, c’erano due religiose cattoliche, che custodivano il luogo a nome di tutti i cristiani. Vicende recenti, e scelte poco sagge, hanno messo fine a questa piccola, quasi microscopica comunità. Così, se di fatto non è rimasto nemmeno un cristiano laddove è nato l’apostolo delle genti, ecco che la situazione che si presenta oggi davanti ai nostri occhi richiede qualche considerazione più profonda.

Nelle città principali c’è una forte presenza di armeni apostolici (circa 50.000), forse la comunità più ricca numericamente del paese. La presenza cattolica (circa 20.000) è concentrata ad Istanbul, Izmir (Smirne) e Adana, verso est. Un gruppo dalla consistenza analoga numericamente, composta da evangelici e altre denominazioni riformate, concentrate tra Izmir e Antalya, la regione sud del paese.

Anche i greci ortodossi non sono da meno, ma in misura minore (circa 8.000) concentrati, soprattutto sulla regione di Istanbul dopo e sulle coste del Mar Egeo e isole corrispondenti. A Istanbul ha sede anche il patriarcato ecumenico, che ho potuto visitare più volte, incontrando anche il patriarca Bartolomeo, dopo avergli conferito il dottorato ad honorem in Sacra Teologia.

Inoltre, è abbastanza forte la comunità siriana formata da ortodossi e caldei, che si concentrano soprattutto regioni sud-orientali, oltre che naturalmente ad Istanbul.

In sostanza la presenza delle varie denominazioni cristiane è prevalentemente concentrata nelle aree urbane dell’ovest e nel sud-est storicamente cristiano.

Vorrei concludere con due domande: come mai, in una regione dove il cristianesimo si è sviluppato, a partire dalla predicazione di Paolo, dai numerosi Concili ecumenici (Nicea I: 325; Costantinopoli I: 381; Efeso: 431; Calcedonia: 451; Costantinopoli II: 553; Costantinopoli III: 680-681; Nicea II: 787) ai padri apostolici (Clemente Romano, Ignazio d’Antiochia, Policarpo di Smirne, Papia di Gerapoli, Lettera di Barnaba, Didaché, Pastore di Erma, Lettera a Diogneto) e, infine, ai padri cappadoci: oggi questa ricchissima storia sembra svanita. Questa la prima domanda.

Ovviamente non è mio desiderio entrare nella situazione sociopolitica del paese, che collega Europa e Asia, anche se occupa uno spazio più asiatico che europeo – effettivamente un ponte fra due continenti–, che nella laicità voluta dal fondatore della moderna Turchia e di fatto mantenuta dall’attuale leader Erdogan, non perde di vista l’idea di un Islam moderato, salvo poche eccezioni.

Citiamo le principali eccezioni della storia recente, riprendendo un articolo di Andrea Riccardi: «nel 2006, nella chiesa cattolica di Trabzon (Trebisonda), fu ucciso il prete romano, Andrea Santoro. Nel 2007 fu freddato con un colpo di pistola il giornalista armeno Hrant Dink, fondatore del giornale Agos, che operava per la riconciliazione turco-armena, ma denunciava il genocidio armeno durante la Prima guerra mondiale. Nello stesso anno, a Malatya, furono sgozzati tre protestanti (due turchi e un tedesco), che lavoravano per una piccola casa editrice biblica. Si è ipotizzata una stessa mano dietro gli assassinii: quella di Ergenekon, gruppo ultranazionalista legato ai militari. Nel 2010 venne ucciso il vescovo dell’Anatolia Luigi Padovese, e non si è fatta chiarezza sul fatto».

E la seconda domanda: Che cosa potrebbe aver riacceso l’odio religioso? Così risponde Riccardi «oggi la presenza cristiana è ridotta… Ma il Paese resta un crocevia importante per gli scambi interreligiosi e la memoria storica cristiana». 

È questa la sfida più grande per la Turchia, con il suo desiderio mai sopito di entrare nell’UE e le sue perenni contraddizioni all’interno della sua storia così densa.

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Stefano Tarocchi

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