di Francesco Vermigli ·Con il prossimo Anno Accademico inizia presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale un nuovo «Istituto di ricerca in Teologia Patristica e Medievale». Appartiene alla missione della Facoltà che ha sede a Firenze, infatti, programmare iniziative – secondo quello che è scritto nell’art. 52 del suo Statuto – volte alla formazione e alla ricerca in ambiti specifici della teologia. Volendo in questa sede presentare l’Istituto, si tratterà innanzitutto di precisare di tale Istituto l’oggetto di studio e, in seconda battuta, spiegare la ragione (una ragione intesa in senso teologico) di questa nuova realtà accademica.
Innanzitutto, appare dunque necessario definire l’oggetto di ricerca di questo nuovo Istituto. L’Istituto si rivolge a quelle due porzioni della storia cristiana che sono state caratterizzate rispettivamente dal pensiero dei Padri della Chiesa e da quello dei grandi autori dell’epoca cosiddetta “di mezzo”. L’interesse sarà dunque teologico: i Padri e gli autori medievali, cioè, saranno considerati per quanto attiene alla loro riflessione sul Mistero di Dio e su quello dell’uomo, sull’opera salvifica di Dio in nostro favore, sulla Chiesa e sui sacramenti. Fedele alla definizione che di theologia ha dato Tommaso d’Aquino (cf. STh I, q. 1, a. 7, Respondeo), l’Istituto si interesserà alla riflessione elaborata dai Padri e dagli autori medievali per quanto riguarda Dio e per quanto riguarda tutto ciò che esiste; ma in ordine a Lui, inteso come principio e fine di tutto ciò che esiste.
Il metodo a cui intende ispirarsi l’Istituto tanto nell’organizzazione dell’offerta formativa, quanto per quello che attiene ai progetti di ricerca, è un metodo capace di integrare la competenza filologica e uno sguardo teologico; affinché l’approccio sia rispettoso dei testi e assieme non li confini nel passato.
Quest’ultime considerazioni sul metodo ci permettono di legarci all’altro punto su cui sentiamo necessario fermarsi. In altri termini, il metodo che abbiamo in breve presentato nasconde il riferimento all’obbiettivo a cui mira il nuovo Istituto: se, cioè, prima abbiamo rivolto la nostra attenzione al cosa (cioè, abbiamo risposto alla domanda: che cosa è questo Istituto?); ora si tratta di occuparci del perché (cioè, proveremo a rispondere alla domanda: perché c’è questo Istituto?). La ragione è presto detta: l’Istituto si rivolge alle grandi elaborazioni del pensiero antico e medievale non come qualcosa del passato da venerare e, per così dire, lasciare nel loro tempo. L’Istituto nasce, piuttosto, dalla consapevolezza che quella riflessione credente abbia ancora da insegnare alla teologia di oggi; specialmente su alcuni aspetti che corsivamente intendiamo qui elencare.
Appartiene alla grande teologia dei Padri e del Medioevo contemplare con stupore e meraviglia la verità della rivelazione divina che ci precede e ci chiama; mentre la priorità dell’indagine sul Mistero di Dio i secoli recenti sembrano averla persa. È dell’esegesi antica la capacità di aprirsi alla Parola di Dio nel suo complesso e a vederne le implicazioni spirituali con grande spontaneità; mentre gli studi storico-critici spesso non hanno saputo del tutto preservarsi da una certa aridità. Appartiene a quella teologia un modo sintetico di pensare le cose di Dio: sotto la penna degli autori antichi e medievali, per così dire, la teologia appare come qualcosa che si richiama continuamente; rimanendo assai distante da quella parcellizzazione del sapere teologico (specialmente quello accademico), che ancora oggi ereditiamo dalla modernità. E alla fine – ma alla fine, non perché sia meno importante – l’intelligenza credente di quei secoli si caratterizza per una dimensione orante della teologia (quella “teologia in ginocchio” di balthasariana memoria), che i tecnicismi e una certa scarsa percezione della dimensione ecclesiale della riflessione credente hanno largamente disperso.
Vi è un ultimo tema che risulta implicato in questo recupero della teologia antica promosso dall’Istituto di ricerca: preservarci dal rischio che la nostra riflessione teologica – preda di una hybris che poco ha a che fare con la verità evangelica e con lo stile di Gesù – si presuma migliore di quella antica, in ragione del semplice fatto che è quella di oggi. Chi conosce gli scritti di Ireneo e di Tommaso, di Cirillo e d’Anselmo, del Crisostomo e di Scoto, di Massimo e del Damasceno e di Bernardo e di Dante… chi si è mai accostato ai grandi dibattiti trinitari e cristologici antichi e alle grandi elaborazioni scolastiche su Dio e su tutte le cose in rapporto a Dio… chi ha fatto queste ed altre “esperienze teologiche”… non potrà che guardare con un filo di sana ironia e con un poco di cristiana commiserazione quella pretesa così illusoria e superficiale…
In conclusione di questo articolo, mettiamo il link: qui si trovano le indicazioni precise riguardo alla natura e allo scopo dell’Istituto, al metodo utilizzato, ai contenuti specifici di indagine, all’offerta formativa: (vedi)

