Lo scorso aprile è uscito nelle sale cinematografiche “…Che Dio perdona tutti”, l’ultimo film di PIF, nome d’arte di Pierfrancesco Diliberto, tratto dal suo omonimo romanzo pubblicato nel 2018 e scritto, diretto e interpretato da Pierfrancesco Diliberto. Arturo è un agente immobiliare di Palermo, felicemente single e amante dei dolci tradizionali siciliani, in particolare dello sciù. La sua vita è fatta di abitudini: partite di calcetto, amici e la rubrica social dove celebra i dolci. Un giorno conosce Flora, la figlia del proprietario di una rinomata pasticceria, sveglia, intraprendente e profondamente cattolica. Arturo se ne innamora subito, ma la fede di Flora rappresenta un ostacolo che lui non sa come superare.
Per conquistarla, Arturo decide di adattarsi al suo mondo: finge di credere, partecipa a riti religiosi e arriva persino a impersonare Gesù durante una Via Crucis, con esiti comici e imbarazzanti. Il travestimento e le finte devozioni generano situazioni paradossali che mettono in luce la distanza tra apparenza e sincerità. Arturo, che per settimane ha finto di convertirsi per piacere a Flora, viene però smascherato in modo plateale: la sua recita religiosa non regge davanti a chi lo conosce e alla comunità, e questo provoca imbarazzo e la rottura con la ragazza. La rivelazione è il punto di svolta che costringe il protagonista a fare i conti con la propria incoerenza. A questo punto decide di vivere il Vangelo in maniera autentica, ma le conseguenze sono il suo allontanamento dagli amici, dai colleghi di lavoro e perfino da Flora, perché — a suo dire — la sequela di Gesù è qualcosa di radicale che non tollera compromessi con il mondo, neppure con gli affetti più cari.
Una delle svolte decisive nel film è l’apparizione del Papa, figura ispirata a Papa Francesco. PIF ha avuto un incontro reale con lui durante un’udienza,
documentato con un breve filmato alla fine del lungometraggio; nella pellicola il Papa è rappresentato in chiave immaginaria e affettuosa, diventa confidente e guida di Arturo, dialoga con lui e lo mette di fronte a un’idea di fede basata sull’umanità, sull’ascolto e sul perdono piuttosto che sulla forma esteriore. Questo incontro non è una soluzione miracolosa, ma un catalizzatore che spinge Arturo verso la sincerità. Spinto dalla nuova consapevolezza, Arturo prova a chiedere scusa: non si tratta solo di tornare a recitare la parte del credente, ma di mostrare un cambiamento concreto nel modo di vivere e di rapportarsi agli altri. Il film ha un buon ritmo ed è ben recitato, ma il messaggio di fondo non mi convince. PIF mi sembra suggerisca l’idea che il Vangelo rischia di risultare utopico e di isolare dal resto del mondo chi lo vuole praticare fedelmente. Dunque, quelli che si definiscono cristiani in realtà annacquano il Vangelo, finendo per essere degli ipocriti. Si tratta, a mio avviso, di una lettura teologica superficiale: Gesù non ha presentato una strada impossibile da percorrere — impegnativa, sì, ma non incompatibile con l’umanità delle persone; altrimenti l’insegnamento di Cristo sarebbe contraddittorio con il suo rivolgersi a tutti, con il suo «volere misericordia e non sacrifici» (Mt 9,13).
Come osserva don Luigi Epicoco, i santi ci ricordano, ad esempio, che «la santità non è uno stato di beatitudine fuori dall’esperienza della vita, ma è una beatitudine nascosta al fondo di questa nostra vita. […] I santi hanno scoperto invece che la felicità è qui ed ora, e che bisogna trovare solo la strada che ci porta ad accorgercene. Gesù è essenzialmente venuto al mondo per insegnarci questa strada. Quando ci chiede di seguirlo lo fa per insegnarci una via. Abbracciare la propria croce e seguirlo non è l’elogio del masochismo, ma il segreto per venire fuori da molti vicoli ciechi. Ma per far questo bisogna innanzitutto fidarsi anche di ciò che non si vede immediatamente. Infatti, quando ad esempio si vive qualcosa di difficile, la cosa che più salta all’occhio è la fatica; ma se ti fidi di Cristo alla fine scopri una misteriosa gioia nascosta lì dove pensavi esserci solo disgrazia».
L’altro aspetto carente del film di PIF è proprio lo slancio verticale verso Dio, che invece è essenziale nella fede cristiana. L’amore autenticamente evangelico per il prossimo è possibile se chiediamo al Signore la forza di amare come Lui ci ha amati. Con buona pace di PIF, il Cristianesimo non è una faccenda solo umana: senza Dio o con Dio tutto cambia.

