«Addio a Dio? Sul Dio vivente». Invito alla lettura del saggio di Pierangelo Sequeri

221 350 Stefano Tarocchi
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di Stefano Tarocchi · Nella collana Dire Dio, che esce per i tipi del centro ambrosiano di Milano, Pierangelo Sequeri, pubblica un denso quanto agile saggio di cento pagine. Lo scritto è diviso in quattro parti, ciascuna composta da brevissimi capitoli.

Sequeri, teologo e docente di teologia fondamentale alla FTIS, ma anche di estetica teologica presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, è stato preside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e del Pontificio istituto Giovanni Paolo II.

Quasi alla fine di questo breve volume dal titolo accattivante e provocatorio, scrive: «noi europei siamo alla soglia di questa grande depressione: vivere come se non vivessimo. Possediamo tutto, ma cerchiamo sempre meno di vivere secondo la logica della generazione».

E proprio a partire dalla generazione, nello specifico del figlio di Dio, che determina una nuova storia dell’Essere, Dio si rivela perciò come essere «non solitario». È anche la logica dell’umano: il due dell’amore (uomo e donna) che si fa uno, e contemporaneamente l’uno che genera il due (madre e figlio)

In pari tempo Sequeri apre il suo libro, – una splendida ouverture davvero! – scrivendo che «(la teologia) si sforza di mostrare, da un lato, che la rappresentazione dominante, nel linguaggio comune, conserva legami non necessari con una visione del mondo tramontata. Dall’altro lato, la teologia di questi decenni, sostenuta dalle esigenze dell’evangelizzazione e della catechesi, appare impegnata a ritrovare le radici bibliche nel linguaggio della fede… La convinzione dominante è appunto quella che ritiene le idee bibliche felicemente autonome rispetto alla visione del mondo – e di «Dio» – in cui ha trovato ospitalità l’iscrizione della fede cristiana nella cultura medievale e borghese (europea)».

Ma, prosegue Sequeri, «questo rinnovamento che prosegue il Vaticano II (che ha di fatto dischiuso al mondo cattolico la lettura della Bibbia nelle lingue degli uomini: cf. Dei Verbum 22) non ha dischiuso una pari conversione del pensiero, né è stato capace di incidere sull’inerzia dello stereotipo moderno della coscienza credente che ancora domina la cultura diffusa. Gli sforzi di cui parliamo sembrano essere diffusi soltanto all’interno del cristianesimo contemporaneo, anziché all’interno di quella cultura nella quale deve incarnarsi. Quando Papa Bergoglio parlava di cambio d’epoca suggeriva un cambio di paradigma al pensiero cristiano, simile a quella che può essere definita una coraggiosa rivoluzione culturale».

Di fatto, lo sdoganamento radicale del registro della semplice “esperienza” è diventato sinonimo anche della conoscenza della fede”. Ma questo non può verificarsi senza conseguenze: si nota dunque una sorta di liquidità, che ci sgancia sia dalla verità che dal reale. Una sorta di ripiegamento su sé stessi che svincola dall’oggettività per puntare solo sul soggettivo.

Tornando all’ultima sezione del libro – la quarta e ultima – , voglio mettere in luce il passaggio dove Sequeri scrive, sottolineando il fatto che «siamo sempre più terrorizzati dell’eventualità di essere giudicati in ogni esperienza e in ogni relazione, anche per le condotte di più modesto rilievo esistenziale». Forse è per questo che si fa strada «in compenso, l’idea che sulla soglia estrema della morte intervenga un giudizio divino che decide la beatitudine o la perdizione dell’intera esistenza stia evaporando quasi totalmente». Ovvero «sempre meno sopportiamo di essere moralmente giudicati in rapporto alle singole scelte della nostra vita, mentre siamo relativamente insensibili alla prospettiva di un giudizio finale che dispone – e impone – la sua beatitudine o la sua condanna».

D’altronde, scrive ancora Sequeri nella terza sezione, se «la ricerca della giustizia – che è il processo di elaborazione del giudizio – è l’unica speranza che abbiamo di trovare comprensione anche per i nostri sbagli più gravi», questo è vero perché «cerchiamo in tutti i modi di liberarci dal giudizio, patito come un atto di lesa maestà e siamo sempre più ossessionati dalla facilità con la quale esso ci raggiunge e ci rovina… La materia morale, nel sistema della comunicazione, è ormai quasi interamente sovrapposta con la vastissima area alla quale si applica questo doppio registro: la sessualità e il denaro».

Così, Sequeri nota con una certa ironia, che tradisce la sua fine capacità di comunicare con il lettore, se l’uomo vuole mantenere aperto quel rapporto con il giudizio divino che può salvarlo, non deve rischiare di «assumersi un compito totalmente sproporzionato alla (sua) modesta e precaria conoscenza del bene e del male (Dio l’aveva detto, all’inizio della creazione virgola di non allargarsi fino a questo punto. Ma invano)».

Infine, e siamo arrivati al dodicesimo e ultimo capitolo di questo scritto così denso quanto prezioso, quando Papa Francesco scriveva che «i grandi uomini e donne di Dio sono stati grandi intercessori» (EG 283), è dunque vero che «l’intercessione è l’ultima occasione della grazia, per la generazione che attraversa il deserto»: l’intercessione del Figlio di Dio.

È presto per dire in che modo «questa ispirazione potrà produrre la svolta della fede che ci è necessaria, nella Chiesa e nell’umana convivenza. Nel frattempo, l’infantile vezzo della comunità umana moderna e secolarizzata, sempre più ansiosa di congedarsi dal Nome che protegge il nostro prossimo, per rispondere di sé soltanto a sé stessa, va spegnendo drammaticamente anche i suoi affetti. «Io sono», che ora abbiamo riconosciuto eternamente capace di generazione si fa lui stesso intercessione. E non arretra».

Possiamo far nostra questa lettura di Sequeri invitando a riflettere su questo Addio a Dio? Solo un percorrere e ripercorrere i sentieri che il teologo milanese ci mette davanti agli occhi e porge alla nostra mente, oltre a raccoglierne la sfida, finisce per creare la road map per superare questo «aspro diserto» (Purgatorio XI, 14).

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Stefano Tarocchi

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