Adolescenti, coltelli e social trappole di violenza

889 500 Antonio Lovascio
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di Antonio Lovascio · Ancora siamo qui a chiederci come possa essere avvenuto che un diciassettenne di Perugia progettasse una strage a scuola. Oppure a interrogarci perché un tredicenne nel Bergamasco abbia accoltellato la sua insegnante di francese. Non solo un’aggressione, ma una performance studiata a tavolino: la maglietta con la scritta “vendetta” e il telefono al collo per filmare tutto. Sono gli ultimi casi che toccano il cuore della responsabilità degli adulti (famiglie, educatori, istituzioni) e della deriva digitale dei giovanissimi. In questi anni, alla luce di notizie di cronaca sempre più frequenti, l’allarme sociale per il percepito aumento della violenza giovanile, contrassegnato da espressioni come “baby gang” e “maranza”, ha prepotentemente occupato le cronache ed il dibattito pubblico, orientando aggiustamenti normativi in ottica securitaria, a discapito di interventi preventivi ed educativi, più volte sollecitati dalla Conferenza Episcopale italiana e da chi si preoccupa della formazione delle nuove generazioni pensando pure ai riflessi negativi dell’Intelligenza Artificiale.

Se non vogliamo fare come gli struzzi, per prendere coscienza della portata di questo fenomeno e delle più urgenti contromisure, dobbiamo seriamente analizzare il Rapporto pubblicato a metà marzo da “Save the children”. Il “viaggio” compiuto dai ricercatori – con un’attenzione particolare rivolta alla diffusione delle armi e al coinvolgimento dei minori nelle reti della criminalità organizzata – evidenzia come nell’ultimo decennio sia cambiata l’intensità e le modalità della violenza degli adolescenti: più immediata, visibile, condivisa e amplificata anche attraverso i social media. Sono aumentate rapine, risse e lesioni personali, con un’efferatezza “apparentemente insensata” che nasconde fragilità emotive diffuse e un progressivo svuotamento affettivo. Sebbene la violenza oggi appaia sempre più armata – sottolinea Save the Children – con l’uso di pistole, coltelli e armi improprie, gli adolescenti sono sempre più “disarmati” di fronte a nuove fragilità psicologiche e relazionali, spaventati da un mondo esterno che considerano pericoloso, imprevedibile, segnato da conflitti e brutalità all’interno delle famiglie e nella società, con casi di autolesionismo e tentati suicidi e, in alcuni casi, uso di sostanze e dipendenze.

Preoccupa, inoltre, la crescita nel 2025 di minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa in alcuni territori. Osservando il dato di minori e giovani adulti segnalati agli Uffici di Servizio Sociale (USSM) dall’Autorità giudiziaria, emerge un progressivo calo, pari a poco più di un terzo negli ultimi vent’anni, passando da 23.000 nel 2004 a 14.220 nel 2024 . Guardando invece al dato relativo ai minori e giovani adulti presi in carico dagli USSM, questi sono 23.862, in aumento rispetto agli anni precedenti, soprattutto a causa della permanenza prolungata nel sistema penale di giustizia minorile, anche in seguito all’attuazione del cosiddetto “Decreto Caivano”, che ha ampliato i casi di custodia cautelare per i minorenni e ristretto l’accesso alle alternative al carcere. Il 73% ha tra i 14 e i 17 anni e l’1% ha meno di 14 anni, i giovani adulti sono il 26%. Allargando lo sguardo all’Europa, i minori e i giovani adulti in contatto con il sistema di giustizia perché sospettati o autori di reato, sono passati in Italia da 329 ogni 100 mila abitanti nel 2014 a 363 nel 2023, e il valore rimane uno dei più bassi dell’area.

Secondo i dati forniti ai ricercatori di “Save the children” dal Ministero dell’Interno, rispetto a 10 anni prima, nel 2024 sono aumentati i 14-17enni denunciati o arrestati per rapina (3.968 nel 2024, più del doppio rispetto al 2014), lesioni personali (4.653 nel 2024 rispetto alle 1.921 del 2014), rissa (1.021 nel 2024, 433 nel 2014) e minaccia (1.880 nel 2024, 1.217 nel 2014) mentre diminuiscono i minorenni segnalati per il reato di associazione per delinquere (109 nel 2024, 406 nel 2014). Se nel 2024 il numero di minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa conferma il trend di 10 anni prima (49), il dato per il primo semestre 2025 (46) suggerisce una possibile preoccupante crescita nell’annualità.

Inoltre questa “fotografia” segnala una maggiore diffusione delle armi tra i minori – anche improprie – con un aumento da 778 a 1.946 dal 2019 al 2024 dei minori segnalati per porto abusivo di armi o oggetti atti ad offendere e un picco di 1.096 nel primo semestre del 2025.

I giovani intervistati raccontano che girare armati fa sentire “più sicuri”, ma a volte anche “più nervosi”. Altri lo fanno per status o come simbolo di potere. La crescita riguarda quasi tutte le regioni e, tra le città metropolitane, emergono Napoli (che passa da 59 nel 2019 a 152 nel 2024), Milano (da 43 a 150), Roma (da 32 a 96), Bologna (da 21 a 88) e Torino (da 31 a 82) . A preoccupare, quindi, è la normalizzazione dell’utilizzo del coltello che, a prescindere dalle motivazioni, espone i ragazzi, più che in passato, al rischio di andare incontro a un’escalation di violenza. Spesso tra i giovani che escono di casa armati si crea un “cortocircuito della paura”: la paura porta all’esigenza di difendersi, di armarsi, esponendosi al rischio di fare o farsi male.

La violenza di strada non è più confinata alle aree di marginalità estrema, ma coinvolge anche ragazzi provenienti da famiglie e ambienti socialmente integrati, senza distinzione tra ricchi e poveri, italiani, anche di seconda generazione, e stranieri. Ai gruppi strutturati si sostituiscono aggregazioni fluide, temporanee, che si formano spesso via social e si ritrovano negli spazi della cosiddetta “movida” per affermare una presenza pubblica o mettere in atto reati, tra cui rapine e furti. L’appartenenza al quartiere rappresenta spesso un elemento distintivo dell’identità del gruppo che supera quello dell’appartenenza etnica.

In questo contesto – dicono gli esperti – i social media diventano strumenti per convocare, coordinare e selezionare i luoghi e i tempi dello scontro, costruire alleanze o rivalità. Spesso diventano pure canali di contatto con mercati illegali e ambienti di radicalizzazione. I social sono ambienti tipici di espressione dell’adolescenza e, quando questa espressione è violenta, diventano anche luogo dove la violenza viene messa in scena, “certificata” e amplificata: molti episodi vengono filmati e condivisi perché il bisogno di apparire prevale anche sul rischio di essere scoperti, come appunto è avvenuto nel caso del tredicenne di Bergamo.

Secondo alcuni psicologi intervistati nella ricerca, il mondo adulto continua a vedere questi episodi di prepotenza e sopraffazione solo come problemi di sicurezza e ordine pubblico, senza comprendere che la violenza è spesso il linguaggio di una richiesta di riconoscimento da parte di una generazione che sta attraversando cambiamenti epocali – dalla pandemia, con la perdita di socialità e la frattura dei legami educativi, ai social media – senza essere attrezzata e senza trovare punti di riferimento credibili nel mondo adulto. Così cercano di riempire questa sensazione di vuoto: la violenza diventa così un linguaggio “esistenziale”, un modo per essere visibili, affermarsi, sentirsi vivi.

Famiglie, scuola e istituzioni sono spesso percepite come assenti, incoerenti o delegittimate da parte degli adolescenti intervistati. I segnali di disagio esistono – a scuola, nei servizi sociali, nei quartieri – ma la presa in carico da parte degli adulti è “discontinua, frammentata, tardiva” spiegano gli operatori sociali.

Come spiega Giorgia D’Errico, direttrice Relazioni Istituzionali di Save the Children, “puntare su punizioni e misure repressive può sembrare una risposta immediata, ma non funziona. La violenza giovanile nasce spesso in un vuoto educativo e sociale: è lì che bisogna intervenire. Prevenire significa investire in contesti che offrano ai ragazzi opportunità, ascolto, relazioni rispettose e alternative positive. Serve sostenere le famiglie nelle sfide dell’adolescenza, promuovendo modalità di comunicazione basate sul rispetto reciproco. Nelle scuole è urgente rafforzare i percorsi di educazione alla non violenza, il supporto al benessere psicosociale e attivare presidi di ascolto e intervento precoce. E’ poi fondamentale investire stabilmente nell’educativa di strada e di comunità; garantire spazi pubblici dove i giovani possano incontrarsi, esprimersi e partecipare in modo positivo. La via educativa è cruciale anche per accompagnare gli adolescenti in percorsi di responsabilizzazione perché comprendano le conseguenze dei loro comportamenti, che possono impattare, a volte in modo tragico, su altri coetanei e sulla comunità più allargata. Per riuscire a fare tutto questo serve un’alleanza forte tra scuole, famiglie, servizi sociali, terzo settore e istituzioni locali”. Un’alleanza da tempo invocata da Papa Leone e dalla Chiesa italiana.

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Antonio Lovascio

Tutte le storie di: Antonio Lovascio