L’enciclica Magnifica Humanitas (MH) concretizza il progetto di Leone XIV, manifestato in occasione della sua elezione a Sommo Pontefice, di offrire alla società il tesoro della Dottrina sociale della Chiesa (DSC) come strumento di discernimento per l’uomo moderno coinvolto in una rivoluzione industriale, guidata dall’intelligenza artificiale (IA), altrettanto profonda (se non di più) di quella cui la Rerum novarum del 1891 si trovò ad affrontare 135 anni fa.
Il primo capitolo di questa lunga enciclica è dedicato a ribadire che la Chiesa si esprime su questioni sociali, di giustizia e ambientali, al fine di condividere con tutti un insieme vivo di convinzioni e principi di discernimento per il bene comune, nella fedeltà al Vangelo della salvezza, in quanto membro della società e, come tale, in diritto di esprimere le proprie opinioni.
Il secondo capitolo presenta una sintesi dei principi e fondamenti della DSC, articolati sull’essere umano, chiamato ad uno sviluppo umano integrale, immagine del Dio trinitario e, in quanto tale, detentore di diritti inviolabili e di un’intrinseca dignità, con le caratteristiche di “essere in relazione” con la creazione, con gli altri, con Dio.
Il terzo capitolo ci porta al cuore dell’enciclica, concentrandosi su: Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA. Sulla scia del suo predecessore, Papa Leone denuncia il paradigma tecnocratico che riduce gli esseri umani a mera efficienza. Basandosi sui principi della DSC, Leone esorta l’umanità a «disarmare l’IA» che «non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano» (MH, n. 110). Contro il transumanesimo e il postumanesimo, l’enciclica ricorda che la fede cristiana offre una speranza per un futuro «più che umano», infatti «giungiamo ad essere pienamente umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero» (MH, n. 128). Qui l’enciclica diventa più diretta nel denunciare la concentrazione del potere dell’IA quando questo «non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. (…) Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze» (MH, n. 95).
Opportunamente il quarto capitolo è intitolato Preservare l’umano nella trasformazione, perché in tempi di transizione e di rivoluzione
tecnologica quali i nostri, l’essere umano può concretamente essere messo in pericolo nel suo rapporto con la verità, il lavoro e la libertà. Vengono affrontati i temi della post-verità, della democrazia, dell’eccessiva distrazione, dell’omogeneizzazione e del dominio delle menti, nonché la necessità di salvaguardare i corpi intermedi, il giornalismo e l’educazione dei giovani al pensiero critico nei confronti dell’IA. L’impatto dell’IA sulle condizioni di lavoro viene analizzato in profondità, sia riguardo alla perdita di posti di lavoro e la tutela dei lavoratori, sia per l’importanza della finanza internazionale, sia per le istituzioni internazionali. Papa Leone delinea le condizioni affinché l’IA sia rispettosa dell’umanità, ovvero la necessità di trasparenza e responsabilità da parte di chi è al comando e dei creatori; l’accessibilità e l’inclusività delle innovazioni tecnologiche per tutti, in particolare per i più vulnerabili, l’attuazione di politiche di protezione sociale e di redistribuzione per correggere gli squilibri indotti dall’IA (cf. MH, n. 164).
Richiami più che mai opportuni se lo stesso Christopher Olah, cofondatore di Antropic e relatore alla presentazione dell’Enciclica, ha affermato che su questi aspetti «la voce della Chiesa è particolarmente necessaria» perché «Ogni laboratorio di IA d’avanguardia, incluso Anthropic, opera all’interno di un insieme di incentivi e vincoli che possono talvolta entrare in conflitto con il fare la cosa giusta», per cui «Se vogliamo che questa tecnologia vada bene, è enormemente importante che ci siano persone al di fuori di quegli incentivi, disposte a dire cose difficili, a essere critici sinceri e riflessivi».
Il capitolo finale sulla civiltà dell’amore è, di fatto, un potente appello contro ogni forma di guerra, una denuncia contro l’uso sempre più diffuso dell’IA nei conflitti. L’intelligenza umana è fatta di saggezza, prudenza, compassione e perdono. La maggior parte delle donne e degli uomini in questo mondo desidera la pace e non si identifica con la cultura del potere e dell’opposizione promossa da alcuni leader. Le battaglie in cui gli operatori si trovano dietro degli schermi, invisibili e spesso senza nemmeno vedere il volto dell’avversario, non possono che portare alla disumanizzazione del nemico. «Ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto (MH, n. 199). Inoltre, Magnifica Humanitas considera ormai moralmente ingiustificata la strategia della deterrenza basata sulle armi nucleari che ingenera «la convinzione, errata, che sia condizione indispensabile di sicurezza» (MH, n. 193). A questo si aggiunga il ribadire «Oggi più che mai (…) il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra (…) L’umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili» (MH, n. 192).
In conclusione, Papa Leone ci incoraggia ad entrare nella spiritualità del «“saggio architetto” che, animato dalla speranza del Regno di Dio, si impegna a costruire il mondo nel bene (…) oggi il nostro costruire deve avere come fondamento la relazione con Dio, come regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, come stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico» (MH, n. 236).

