di Stefano Liccioli · A pochi giorni dalla fine della settimana per l’unità dei cristiani mi preme mettere in evidenza che c’è un ambito in cui i cristiani delle diverse confessioni sono purtroppo accomunati. Mi sto riferendo alle persecuzioni che i seguaci di Cristo subiscono in varie parti del mondo. Se da una parte si tratta di una situazione che Gesù aveva prospettato ai suoi discepoli affermando: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 18,20), dall’altra non si può rimanere indifferenti davanti a una tragedia di queste entità.
La fondazione PorteAperte nella World Watch List 2026 denuncia che 388 milioni di cristiani nel mondo subiscono persecuzione o discriminazione, con 4.849 uccisioni registrate nel periodo ottobre 2024-settembre 2025. Si tratta di una fotografia inquietante: 388 milioni di cristiani che vivono in contesti con alti livelli di persecuzione o discriminazione, un aumento di circa 8 milioni rispetto all’anno precedente, e tra i Paesi più colpiti figurano nazioni in Asia, Africa e Medio Oriente dove la pressione sulla libertà religiosa è cresciuta in modo significativo. Il rapporto, che copre il periodo dall’1 ottobre 2024 al 30 settembre 2025, registra 4.849 cristiani uccisi per motivi legati alla fede e segnala che la Nigeria da sola ha contato oltre 3.400 vittime, rendendola l’epicentro globale della violenza letale contro i cristiani.
Questi numeri vanno letti con attenzione metodologica: PorteAperte si avvale di reti locali e indicatori consolidati, il che garantisce ampiezza e continuità del monitoraggio, ma la realtà sul terreno è spesso complessa e multifattoriale. In molti contesti la matrice religiosa si intreccia con conflitti etnici, lotte per il controllo territoriale, criminalità organizzata e povertà, perciò attribuire ogni episodio esclusivamente alla religione rischia di semplificare cause e responsabilità. Parallelamente, il rapporto mette in luce una dimensione di genere particolarmente drammatica: l’aumento di abusi sessuali, matrimoni forzati e violenze contro donne e minori richiede risposte specifiche di protezione e assistenza, non solo interventi di natura diplomatica.
La lettura critica del rapporto impone, a mio avviso, tre ordini di priorità a livello mondiale: prima di tutto, tradurre i numeri in protezione concreta per le vittime attraverso programmi di assistenza locale e percorsi di fuga e reinserimento; in secondo luogo, integrare la tutela delle minoranze religiose nelle politiche estere e nei programmi di cooperazione; infine, promuovere un’informazione rigorosa che distingua tra persecuzione religiosa e violenza generalizzata, per non alimentare narrazioni semplicistiche.
Scorrendo i numeri del rapporto non ci si può limitare alla commozione: servono iniziative di sensibilizzazione, sostegno a tutte le realtà come le ONG che operano sul campo e pressione diplomatica mirata. È necessario anche un lavoro culturale che favorisca il dialogo interreligioso e la protezione dei diritti fondamentali, perché la libertà di coscienza e di culto è un indicatore della salute democratica di una società. La World Watch List 2026 non è solo un elenco di numeri, ma impone una riflessione che vada oltre la statistica e chieda risposte politiche, umanitarie e culturali. Proteggere i cristiani perseguitati nel mondo esige una responsabilità collettiva a tutti i livelli e mi sorprende che sui media non se ne parli o che non ci siano movimenti e manifestazioni che denuncino questo dramma. Dove sono quelli che gridano alle discriminazioni quando si usa in un nome una desinenza sbagliata?

