Dieci anni della «Iuvenescit Ecclesia»

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di Alessandro Clemenzia · A dieci anni dall’uscita della Lettera Iuvenescit Ecclesia dell’allora Congregazione per la Dottrina della Fede, è importante recuperare il ruolo centrale dei carismi nella vita della Chiesa a partire dall’odierno scenario ecclesiale.

«La relazione tra i doni carismatici e la struttura sacramentale ecclesiale conferma la co-essenzialità tra i doni gerarchici – di per sé stabili, permanenti e irrevocabili – e i doni carismatici. Benché questi ultimi nelle forme storiche non siano mai garantiti per sempre, la dimensione carismatica non può mai mancare alla vita e alla missione della Chiesa» (n. 13). Così la Iuvenescit Ecclesia mostra la co-essenzialità (termine molto forte, ripreso da un intervento di Giovanni Paolo II) dei carismi nella vita ecclesiale. Un grande silenzio teologico ha fatto seguito a questa Lettera, molto probabilmente perché tutta l’attenzione era rivolta soprattutto al tema della sinodalità, e in particolare al riconoscimento del ruolo dei laici nella Chiesa. A cosa serve, infatti, ribadire il ruolo fondamentale dei carismi nella Chiesa se l’urgenza verte su altro? Cosa c’entrano i carismi con la valorizzazione dei laici?

All’interno della riflessione ecclesiologica e teologica si è parlato del ruolo dei carismi quasi esclusivamente in relazione agli ordini religiosi e ai movimenti ecclesiali, dove vi è una presenza di laici, ma al centro del discorso c’è piuttosto l’appartenenza a un carisma. Per questa ragione, se vogliamo evidenziare l’importanza di questo documento, a dieci anni dall’uscita, è importante prima di tutto non identificare i carismi con la loro storicizzazione in alcune forme concrete. In altre parole: i carismi non riguardano unicamente i religiosi e i movimenti ecclesiali, ma anche e soprattutto i laici, in virtù non soltanto del battesimo, ma anche del matrimonio e della loro professione lavorativa all’interno della vita sociale. Questo aiuterà a riscoprire la loro specifica vocazione nel mondo e all’interno della Chiesa, anche per approfondire un tema che è stato messo al centro della riflessione di questi ultimi anni, a proposito della sinodalità della Chiesa, vale a dire il “discernimento comunitario”.

La costituzione pastorale Gaudium et spes afferma: «Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio» (n. 11). Il soggetto è l’intero popolo di Dio, il quale mosso dalla fede e condotto dallo Spirito cerca di discernere “negli avvenimenti” concreti e quotidiani i segni della presenza di Dio. Sempre la Gaudium et spes fa poi riferimento al fatto che «è dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta» (n. 44). Il soggetto è nuovamente l’intero popolo di Dio, pur essendo qui menzionati in particolare i pastori e i teologi, entrambi sostenuti dall’azione dello Spirito Santo. Essi devono: ascoltare, discernere, interpretare; l’oggetto dell’ascolto, del discernimento e dell’interpretazione sono i differenti linguaggi del nostro tempo, affinché la verità annunciata (la Parola) possa raggiungere la sua efficacia proprio attraverso le differenti parole umane.

Questo tema può essere maggiormente approfondito lì dove si affronta la questione della vocazione e dei carismi di tutti i fedeli, sia all’interno della Costituzione dogmatica Lumen gentium (nn. 17, 33, 35), in cui viene presentata l’identità del soggetto-Chiesa, sia in Apostolicam Actuositatem, dove si afferma la «diversità di ministero ma unità di missione» (n. 2). La stessa Sacrosanctum Concilium ribadisce l’azione di tutti i diversi soggetti nella Chiesa e il loro «diritto e dovere in forza del battesimo […] a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia» (n. 14).

Il richiamo più adeguato al Concilio e ricco di conseguenze si trova certamente in Lumen gentium: «Questo popolo messianico … ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, … è pure da lui (Cristo) assunto ad essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo» (n. 9). Sempre Lumen gentium scrive sui laici: «Manifestino quindi ai pastori le loro necessità e i loro desideri […]. Secondo la scienza, competenza e prestigio di cui godono, hanno la facoltà, anzi talora anche il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa». Si tratta, dunque, di due soggetti, pastori e fedeli, e di un ambito particolare, il “bene della Chiesa”, che i laici conoscono per scienza, competenza e prestigio.

Importante, dunque, è la riflessione odierna sulla ministerialità dei laici, ma ancora più importante sarebbe riconoscere il loro ruolo non da ciò che fanno nella Chiesa, ma dal carisma che hanno ricevuto. Per inverare questa pista di ricerca è importante evitare di ridurre l’esperienza carismatica unicamente ad alcuni ambiti ecclesiali: tutto il popolo di Dio, infatti, è un soggetto collettivo con diversi carismi.

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