La parabola della vigna del capitolo 20 del Vangelo di Matteo – ma l’inizio reale si trova alla fine del capitolo precedente! –, anch’essa da annoverare fra le parabole del regno dei cieli, presenta alcune caratteristiche degne di approfondimento. La vicenda narrata è ben conosciuta. Come in molti paesi del mondo antico si è assunti per un lavoro, principalmente nel mondo agricolo (ecco la vigna!), a giornata, capace di assicurare ad una famiglia la possibilità di superare indenne almeno un giorno. In alcuni paesi del mondo ancora oggi si è pagati a settimana. In altri, comprese alcune zone della penisola italiana, è sfruttata così la manodopera di immigrati clandestini, sottopagati e costretti al silenzio per una paga su cui c’è anche da pagare una tangente al caporione locale.
Ecco il testo di Matteo: «Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi. Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 19,30-20,16).
Il racconto di Matteo dice che la paga giornaliera è stabilita in un “denaro”, la moneta che definisce appunto la differenza tra la fame e un’esistenza almeno dignitosa. È questa la misura che troviamo anche in altri passi della letteratura evangelica. Ricordiamo il testo di un’altra parabola, poco lontana che oppone la paga di “cento denari” (cento giornate di lavoro) a “diecimila talenti” (cf. Mt 18,23-35).
Nella parabola del vangelo di Matteo, sembra essere in gioco molto meno. Decisamente molto meno: la paga di un solo giorno. Tuttavia, tra l’essere chiamati al lavoro oppure no corrispondeva la differenza tra la fame e la sopravvivenza. Ora, anche se la paga quotidiana era frutto di un accordo stabilito ogni volta (vedi Mt 20,2 con il verbo originale, che indica l’accordo di due o più persone), la cifra era di fatto l’abitudine del tempo, che non aveva problemi di inflazione.
Nel racconto della parabola dei contadini della vigna però viene descritto un fenomeno inatteso: la corsa continua del padrone della vigna ad assumere sempre nuovi operai. Il testo di Matteo riferisce che dopo la chiamata avvenuta all’alba, ne segue una seconda alle nove del mattino, e poi una terza a mezzogiorno, una quarta alle tre pomeridiane e una quinta alle cinque. Sono disoccupati (lett. “oziosi che non lavorano il terreno”) perché nessuno ha chiamato al lavoro, o non si sono fatti trovare al momento giusto, il mattino presto, e quasi rassegnati a non portare a casa neanche uno spicciolo, che la generosità e lo spirito di iniziativa del padrone, il padrone di casa (il “padre di famiglia”, espressione che si trova anche nel diritto comune), ha portato al lavoro.
Si presume che l’accordo sullo stipendio sia il medesimo per tutti, ma inevitabilmente è diversa la fatica e le avversità del clima: quello che poi verrà chiamato «il peso della giornata e il caldo» (Mt 20,12), e proprio da colui che, chiamato al lavoro dall’alba fino al tramonto, che oppone al padrone di casa la sua rivendicazione sullo stipendio, evidentemente ritenendosi penalizzato nei confronti di chi di fatto ha lavorato “un’ora soltanto”. E prima delle parole c’erano le mormorazioni, che nel cammino biblico denotano quanto meno una mancanza di fede nella provvidenza.
L’inizio della risposta del padrone («amico» [lett. “compagno”: una parola che Gesù rivolge a Giuda: Mt 26,50, o all’invitato al banchetto che non ha l’abito nuziale: 22,12]), io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene”) è assai significativo. Sono parole che non ammettono repliche e sembra quasi stroncare sul nascere qualsiasi opposizione tra i primi e gli ultimi.
A proposito, quest’espressione divenuta quasi proverbiale, ma in senso superficiale, è la cornice del racconto: «molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi» e « gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 19,30 e 20,16).
Il padrone di casa però aggiunge: «Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te». E fornisce la spiegazione: «Non posso fare delle mie cose quello che voglio?». La traduzione italiana CEI della parabola conclude: “Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?” (cf. Mt 20,13-15).
La scelta di questa resa del testo originale trascura però la vera chiave interpretativa, al di là del fatto che l’agire divino è infinitamente lontano da quelli degli uomini, per cui si rovesciano i normali parametri del giudizio (“gli ultimi saranno i primi e primi gli ultimi”: Mt 20,16).
Infatti, nel sottofondo di quell’invidia c’è ben altro: il testo originale suona infatti: “il tuo occhio è maligno, perché io sono buono”. È proprio il contatto con il male e con il maligno che Matteo ha già riferito nella chiusura della preghiera del Padre nostro, che provo a rendere così: «non lasciare che entriamo nella prova, ma liberaci dal male» (oppure dal Maligno) (Mt 6,13; cf. 6,23 e 18,32).
L’“occhio maligno” di colui che ha solo il suo proprio metro per giudicare le cose, di chi deve affermare sé stesso senza guardare in faccia a nessuno e pensa di lasciare Dio fuori dal proprio cammino, come mettendosi al suo posto, non permette di accoglierne la bontà ricca di misericordia del suo guardare alla condizione umana.

