di Alessandro Clemenzia · “Il ruolo dei laici nella Chiesa” è il titolo di un Convegno che si è tenuto presso la Facoltà teologica di Firenze il 19 febbraio scorso; un evento che si inserisce all’interno di un percorso di ricerca che vede impegnata la Facoltà ormai da diversi anni, in collaborazione con docenti e giovani ricercatori di numerose altre istituzioni accademiche.
Il Concilio Vaticano II ha offerto un decisivo impulso ad una comprensione di Chiesa dinamica e soprattutto comunionale, tanto da rappresentare un vero e proprio “sviluppo” rispetto alla riflessione ecclesiologica precedente. Si tratta di una novità che ha raggiunto il suo culmine in particolare nel riconoscere la Chiesa come nuovo “popolo di Dio”, per esprimere un unico soggetto collettivo all’interno del quale si possono rintracciare le differenti vocazioni. La struttura stessa della Lumen gentium evidenzia questo dinamismo: solamente dopo aver individuato la peculiarità della realtà ecclesiale, e cioè l’essere abitata dalla presenza di Dio (capitolo primo), e aver rivolto l’attenzione su “chi” sia la Chiesa, e cioè un “popolo” in cammino all’interno delle coordinate della storia (capitolo secondo), la costituzione dogmatica si è soffermata sulle differenti vocazioni al suo interno.
La questione del ruolo dei laici nasce così a partire dalla riflessione conciliare, che ha ripreso alcune intuizioni teologiche precedenti, e deve tenere conto anche dell’attuale scenario ecclesiale, dove al centro dell’attenzione si trova il termine “sinodalità”, che in questi ultimi anni è entrato a far parte a tutto campo del dibattito ecclesiologico odierno.
Nel decreto Apostolicam actuositatem del Concilio Vaticano II è scritto: «C’è nella Chiesa diversità di ministero, ma unità di missione. Gli Apostoli e i loro successori hanno avuto da Cristo l’ufficio di insegnare, reggere e santificare in suo nome e con la sua autorità. Ma i laici, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, nella missione di tutto il popolo di Dio assolvono compiti propri nella Chiesa e nel mondo» (AA 2).
Questo testo può introdurre al centro del tema affrontato, in quanto illustra in che modo sia possibile pensare un’autentica partecipazione dei laici alla vita e alla missione della Chiesa. Con ciò non si intende che i laici abbiano una missione propria, distinta da quella di tutta la Chiesa; e non significa neanche che dell’unica missione della Chiesa ai laici spetti una sola parte. Infatti, la missione dei laici coincide con la missione di tutta la Chiesa, missione che essi assumono secondo le specificità proprie e la esercitano contemporaneamente nella Chiesa e nel mondo. La costituzione dogmatica Lumen gentium, in tal senso, fa esplicito riferimento alla vita familiare e alla vita sociale. «Ivi – è scritto – sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità» (LG 31). Si tratta, dunque, di un’azione esercitata dal di dentro e dal di sotto della realtà, a modo di fermento, per (ecco l’obiettivo) manifestare Cristo agli altri.
Disgiungere dalla missione del laico nella Chiesa la sua azione nel mondo è eliminare il suo carattere secolare: una riduzione che rischia di oscurare la sua stessa specificità rispetto alle altre vocazioni nella Chiesa, finendo così, come spesso avviene, per applicare al laico qualcosa che, di per sé, pur appartenendo alla missione di tutta la Chiesa, non può essere esercitata come compito suo proprio. In questo modo il rischio è quello di passare da un’auspicata declericalizzazione del clero, ad una drammatica clericalizzazione dei laici, per cui si arriva a pensare che il proprio impegno da cristiano sia direttamente proporzionato alle attività svolte o alle responsabilità assunte all’interno delle strutture ecclesiastiche.
Con il Concilio Vaticano II è emerso con più chiarezza sia il “soggetto” della missione, in quanto si tratta di tutto il popolo di Dio (e non soltanto una sua componente), sia il modo di guardare il mondo; quest’ultimo, infatti, non è più soltanto un territorio da evangelizzare, in quanto corrisponde a quel “fuori della città” di cui parla la Lettera agli Ebrei, luogo in cui è stato crocifisso Cristo: in Lui sono ormai crollate alcune contrapposizioni, come tra sacro e profano, tra naturale e soprannaturale, tra storia ed escatologia.
Sulla vocazione del laico, caratterizzata anche dal contesto sociale in cui vive, in quanto è proprio all’interno di una determinata società che ciascuno è chiamato, dal di dentro e dal di sotto, a manifestare Cristo agli altri, è intervenuta la professoressa Cecilia Costa, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nel Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Roma Tre, che ha offerto alcune coordinate essenziali per comprendere quali laici occorrano e in quale società essi siano chiamati a muoversi per realizzare la propria vocazione.
Passati più di sessant’anni dalla chiusura del Concilio, che ha rappresentato un punto di non ritorno sulla specificità del laico nella Chiesa, la dottoressa Marta Busani, ricercatrice di Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze della formazione e dell’educazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha illustrato alcuni scenari, da un punto di vista storico, che hanno aiutato a comprendere cosa sia concretamente avvenuto al laicato cattolico nel tempo postconciliare.
Il convegno ha rappresentato un’altra occasione propizia per far maturare nella facoltà teologica un vero e proprio “laboratorio del pensare”, che vede la partecipazione di docenti e studenti, per riflettere insieme su tematiche urgenti nell’attuale scenario ecclesiale.

