Il messaggio politico dell’Esortazione apostolica «Dilexi te» di Leone XIV

960 414 Leonardo Salutati
  • 0

di Leonardo Salutati · Sulla Dilexit te ci siamo già intrattenuti nel mese di novembre scorso (qui il link) a modo di introduzione, ma ci pare opportuno ritornarci sopra per evidenziare, tra le altre, la sua dimensione politica.

Al riguardo è bene precisare che quando nella visione cristiana si parla di politica, come già ricordava Pio XI in occasione dell’udienza concessa ai dirigenti della Federazione Universitaria Cattolica il 18 dicembre 1927, si intende «il campo che riguarda gli interessi di tutte le società, e che sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, a cui si potrebbe dire null’altro, all’infuori della religione, è superiore (…) Tutti i cristiani sono obbligati ad impegnarsi politicamente. La politica è la forma più alta di carità, seconda sola alla carità religiosa verso Dio» (Pio XI, L’Osservatore Romano, 23 dicembre 1927, n. 296, 3, coll. 1-4). Nella visione cristiana, infatti, la politica consiste nel servizio alla persona e al bene comune, ispirato dai valori evangelici di giustizia, pace e carità, che mira a trasformare la società partendo dalla conversione interiore dell’uomo e che, ponendosi al servizio degli ultimi, si contrappone a logiche di potere e di interesse personale, pur riconoscendo l’autorità civile. L’impegno politico dei credenti è una vocazione che integra spiritualità e responsabilità pubblica, con l’obbiettivo di costruire una società più umana e giusta, non attraverso imposizioni, ma testimoniando i valori del Vangelo.

Leone XIV offre una riflessione politica quando, reinterpretando attraverso la lente della sua attenzione per i più poveri l’intera storia del cristianesimo, dalla Bibbia ebraica agli ultimi decenni, invita la Chiesa cattolica a essere all’altezza della propria storia, caratterizzata dall’impegno di uomini e donne che hanno speso la propria vita a servizio dei più poveri (si veda in part. il terzo capitolo dell’Esortazione). Per questo Essa, necessariamente, non può essere neutrale di fronte ai due schieramenti opposti, ripetutamente criticati nel testo. Ovvero, da un lato, l’ultraliberalismo che fa dell’accumulo di ricchezza, del culto del successo individuale e della libertà del mercato, il proprio fine. Sul tema le argomentazioni del Papa sono più antropologiche che economiche. Egli denuncia credenze illusorie come l’effetto a cascata della ricchezza (cf. DT, n. 92), nonché una specie di cecità, difficile da superare, che impedisce di allarmarsi di fronte a disuguaglianze che diventano «drammatici squilibri» (DT, n. 99), con giudizi severi sulla crescita di «alcune élite di ricchi, che vivono nella bolla di condizioni molto confortevoli e lussuose, quasi in un altro mondo rispetto alla gente comune» (DT, n.11).

Dall’altro lato, Leone XIV prende le distanze da una concezione privatistica della fede cristiana, limitata alla preghiera (DT, n. 112). La forza di questa argomentazione non risiede solo nel ricordare che amore e giustizia sono inseparabili dalla fede, ma ancor di più nella ripetuta condanna di una vita spirituale o ecclesiale che ignora i bisogni concreti dei più poveri. Così, scrive il Papa, «l’amore per i poveri (…) è la garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio. Infatti, ogni rinnovamento ecclesiale ha sempre avuto fra le sue priorità questa attenzione preferenziale ai poveri (DT, n. 103)».

Questa duplice denuncia, sulla scorta della storia del cristianesimo, mette in luce la ragione stessa dell’esistenza della Chiesa, che «realizza la sua vocazione più profonda quando ama il Signore là dove Egli è più sfigurato» (DT, n. 52). Così facendo egli rivolge al mondo un messaggio direttamente politico: «La condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa» (DT, n. 9).

Alla luce di queste riflessioni, il Papa chiede un impegno che vada oltre la semplice riduzione della povertà per favorire l’eliminazione delle sue cause profonde. Sulla linea di Papa Francesco, Leone XIV invita a sviluppare una politica con i poveri, elaborata a partire da loro. Realisticamente, osserva che ciò richiede un ascolto autentico di coloro che vivono situazioni precarie, da parte dei politici, degli operatori sociali e delle istituzioni ecclesiali. «Se i politici e i professionisti non li ascoltano, “la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino”» (DT, n. 51).

La visione politica è presente anche quando il Papa ribadisce la necessità che gli Stati vigilino sugli scambi economici, per evitare che vadano a beneficio solo di una «minoranza felice» (DT, n. 92). Il suo linguaggio si fa particolarmente severo, poi, riguardo alle politiche di austerità, quando: «Diventa normale ignorare i poveri e vivere come se non esistessero. Si presenta come la scelta ragionevole organizzare l’economia chiedendo sacrifici al popolo, per raggiungere certi scopi che interessano ai potenti» (DT, n. 93).

Ecco allora che Leone XIV invita le comunità cattoliche, così come i teologi, a superare una certa indifferenza verso la politica, a unire le loro parole alle voci dei più vulnerabili e a dar voce a una domanda fondamentale: «I deboli non hanno la stessa nostra dignità? Quelli che sono nati con meno possibilità valgono meno come esseri umani, devono solo limitarsi a sopravvivere? Dalla risposta che diamo a queste domande dipende il valore delle nostre società e da essa dipende pure il nostro futuro» (DT, n. 95).

image_pdfimage_print
Author

Leonardo Salutati

Tutte le storie di: Leonardo Salutati