Il ricordo dei defunti

di Pietro De Simone · Tradizionalmente, novembre è dedicato alla memoria dei defunti. Quale legame reale sussiste tra noi vivi e i defunti? «In fin dei conti, queste cose, cioè la cura dei funerali, il modo della sepoltura, la natura del corteo funebre, sono una consolazione per i vivi, più che un aiuto per i morti» (De civitate Dei I,12). Spesso ci preoccupiamo solo del bel funerale, della copiosa partecipazione, della bella sepoltura, ecc…. Aspetti sì importanti, ma solo per noi e non per loro: infatti, l’anima di un defunto non viene offesa o danneggiata da queste cose, né premiata. Il pensiero di Agostino va alla storia di Lazzaro e del ricco (Lc 16,19-31). Verosimilmente, il povero Lazzaro non ricevette alcuna pomposa sepoltura, a differenza del ricco. Eppure, sottolinea, Lazzaro fu portato dagli angeli, il ricco no. Chiaramente, scrive, ciò non significa «disprezzare e disfarsi dei corpi dei defunti» (DCD I,13). Pensiamo, invece, alle cose che ci legano alla persona: «una veste paterna, un anello o qualcos’altro di analogo sono cari ai figli, a seconda dell’affetto che si nutriva verso i genitori» (DCD I,13). Se c’è affetto, ciò che associo al mio amico (o alla mia mamma, mio fratello,…) come dei ricordi, un oggetto,… acquisisce valore. Però, l’affetto pieno va alla persona stessa! Il segreto sta nel suo corpo. Scrive Agostino: se gli oggetti ci sono cari, allora «in nessun modo si devono disprezzare i corpi, con cui entriamo in contatto ben più intimamente e profondamente che con un vestito. Il corpo, infatti, non costituisce un ornamento o uno strumento estrinseco, ma appartiene alla natura stessa dell’uomo» (DCD I,13). Solo il nostro amore per quella persona giustifica la cura praticata nella sepoltura e custodia dei defunti. Se mancasse quell’affetto, sarebbe tutto vano e idolatrico. Commemorare i defunti non è altro che rendere memoria viva quel corpo assente. Nella commemorazione, il suo corpo e il legame tra la sua vita e la mia tornano reali, concreti. Solo così le preghiere per loro acquisiscono valore. E questo non è altro che l’esperienza, sempre rinnovata, dell’Eucaristia: presenza reale ed effettiva del corpo di Cristo. E se altrove (Commento Gv., omelia n.26,13) Agostino dice: «vuoi tu vivere dello Spirito di Cristo? Devi essere nel corpo di Cristo», perché non dire anche che, nella misura in cui “corpo” significa un’anima incarnata, se si vuole vivere lo spirito dell’altro è necessario vivere l’esperienza del corpo dell’altro?