Il Seminario (ancora!) oggi. Se il papa parla ai giovani in discernimento

di Francesco Vermigli · La Chiesa ha ancora bisogno dei Seminari? È una domanda che non raramente viene posta; spesso da dentro la Chiesa stessa. In sostanza, ci si interroga sull’utilità dei Seminari per la Chiesa di oggi. In questione si pone, cioè, la situazione di un luogo e di un tempo specifici dedicati al discernimento e alla formazione di giovani (o meno giovani…) in vista del presbiterato: di un luogo separato dalla normale convivenza sociale ed ecclesiale, cioè, e di un tempo specifico destinato a obbiettivi specifici e caratterizzato da uno stile specifico; distinto dagli scopi e dagli stili di un battezzato considerato qua talis.

Chi abbia un poco di dimestichezza con i dibattiti intra-ecclesiali, sa che la domanda sull’utilità dell’esistenza dei Seminari oggi spesso si risolve nella sola pars destruens, quella, come al solito, più facile: si risolve, cioè, senza una proposta alternativa minimamente strutturata; che vada, cioè, oltre l’ipotesi della vita di un giovane in discernimento accanto ad un prete o in una famiglia sanamente cristiana… soluzioni, si badi, che sono già in parte (o lo potranno essere) integrabili in un percorso seminaristico ancora abbastanza tradizionale. La notazione, poi, secondo la quale i Seminari hanno avuto un’origine storica – e che genericamente si potrà far risalire alla temperie tridentina – ben presto esita nella conclusione, un poco semplicistica, che essi per questo abbiano fatto il loro tempo; partendo dal presupposto implicito (ma assolutamente privo di evidenza logica) che ciò che è storico, è passato (nel senso che non ha più una sua ragion d’essere nel mondo ecclesiale attuale).

Ora, la Chiesa continua a ritenere che sia opportuno che ci vi sia ancora oggi uno spazio e un tempo dedicato al discernimento e alla formazione in vista degli ordini. Lo ritiene ancora, se ha pubblicato nel 2016 una Ratio Fundamentalis Institutionis sacerdotalis, dal titolo: Il Dono della vocazione presbiterale. Ma lo ha ribadito recentemente anche un intervento (davvero memorabile, sia per quanto riguarda la chiarezza del dettato, sia per quanto attiene alla profondità dell’argomentazione) di papa Leone il 3 settembre scorso. L’occasione è stata la visita che il Seminario Regionale Pugliese (nel centenario della nuova sede, voluta da Pio XI, a cui è intitolato lo stesso Seminario) e il Seminario Vescovile di Aversa (nel trecentesimo anniversario della sua fondazione) hanno fatto al papa. Ad alcuni passaggi più significativi dell’intervento volgiamo il nostro sguardo.

Il riferimento evangelico del discorso del papa è tradizionale. Si rimanda alla chiamata dei discepoli, per come viene raccontata con grande capacità icastica (la solita, tipica dello stile marciano) nel Vangelo di Marco: «salì […] sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,13-14). Dice il papa che «in queste poche parole c’è già tutto». C’è l’idea della libertà insondabile di Dio, perché Gesù chiamò a sé quelli che voleva: come nota papa Leone, uno schiaffo ben assestato al mito moderno dell’autorealizzazione di sé. C’è il segno della speranza cristiana: perché «nel guardare ciascuno di voi, contemplo la meraviglia di Dio che non si stanca mai di sussurrare al cuore dei giovani la bellezza di donare la vita per Lui e per la Chiesa». C’è l’appello alla fraternità, alla condivisione, al cammino da fare insieme: «sul monte Gesù non chiama un uomo solo, ma ne chiama dodici, dalle personalità più disparate e talvolta improbabili al nostro sguardo. Il Signore li raduna, li tiene uno accanto all’altro, affinché imparino che la Chiesa si vive insieme». E infine, c’è la prospettiva futura, quella della discesa dal monte, quella della missione: «dal monte si scende, perché il monte non è un rifugio. Gesù non porta i Dodici in alto per metterli al sicuro, ma perché, dopo aver fatto esperienza di Dio, possano essere inviati a comunicare al mondo questa novità di vita».

Ma è un altro il passaggio che merita di essere ricordato in modo particolare. Il passaggio in cui il papa idealmente risponde alla domanda con la quale abbiamo iniziato: se abbia ancora senso che esistano nella Chiesa di oggi i Seminari. La posizione di Leone XIV, si badi, non è però soltanto nell’ordine dell’utilità, della convenienza, dell’opportunità, della ragionevolezza; essa è nell’ordine, addirittura, della necessità: «il tempo del seminario resta necessario, oggi non meno di ieri. In un mondo che ha fretta e che guarda con sospetto ogni sosta prolungata, si potrebbe pensare che sia un lusso, o un’istituzione superata, ma non è così. Proprio perché il nostro tempo è rapido e rumoroso, c’è bisogno di un luogo e di una stagione della vita in cui si impari a stare, a discernere, a lasciarsi formare senza scorciatoie. Il seminario non è un rinvio della missione, ma ne è la condizione. Non lo si sottovaluti».

Ci sarebbe da discutere su come si debba intendere questa necessità di cui parla Leone. Probabilmente è da intendersi nel senso che il Seminario è il mezzo necessario per il raggiungimento del fine: il discernimento e la formazione per il presbiterato. In effetti, dobbiamo dire che non pare irragionevole questa necessità del mezzo per raggiungere il fine. Perché se lo scopo è discernere e formare coloro che sono distinti essentia et non gradu tantum (Lumen gentium, 10), non pare illogico e irragionevole pensare che vi sia uno spazio e un tempo distinti rispetto alla normale convivenza sociale ed ecclesiale, nella forma di un mezzo adatto al raggiungimento di uno scopo specifico rispetto a quelli di un battezzato considerato qua talis.