La Chiesa e la schiavitù

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di Leonardo Salutati · In Magnifica humanitas (MH), nella sezione dedicata a denunciare le nuove forme di schiavitù derivanti dall’introduzione dell’Intelligenza Artificiale (nn. 173-181), il Papa pur riconoscendo che «gli eventi del passato non possono essere giudicati astoricamente, come se tutti i criteri maturati nel tempo fossero sempre stati disponibili» e che «Nella maturazione della sua dottrina, la Chiesa ha progressivamente acquisito coscienza della gravità di queste realtà», afferma di non poter «negare o minimizzare il ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù […] Per questo, a nome della Chiesa, domando sinceramente perdono».

Tuttavia, a proposito del «ritardo» a cui si riferisce Leone XIV, ci pare opportuno ricordare che, anche se non è stato ancora storiograficamente accertato quanto fu grande e percepibile il divario fra pensiero ecclesiastico più o meno ufficializzato e prassi concreta di vita delle istituzioni cristiano-cattoliche nel corso della storia e, in particolare, durante il periodo compreso fra la fine del mondo classico e gli albori dell’età moderna in cui furono gettate le basi speculative della dottrina cristiana nei confronti della schiavitù, è indubbio che la Chiesa, nei suoi 20 secoli di storia e con una sistematizzazione filosofico-dottrinale elaborata nell’esteso arco di tempo soprattutto del millennio medievale, ha contribuito, più di qualsiasi altro fattore culturale o di qualunque struttura storica di lungo periodo, al lento superamento mentale della schiavitù (L. Mascanzoni).

È importante tenere presente questo aspetto perché nella storiografia italiana e straniera il rapporto tra Chiesa cattolica e schiavitù sembra risentire di una certa polarizzazione ideologica, accompagnata da una selezione e decontestualizzazione delle fonti. Da un lato la Chiesa viene presentata come paladina contro lo schiavismo; dall’altro viene ritenuta senza appello legittimante e connivente. La realtà però è molto più complessa.

Inoltre, bisogna sapere che le fonti storiografiche occidentali troppo facilmente fanno corrispondere il termine “servus” al moderno “schiavo” ma, in realtà, è necessario tenere conto della distinzione teorica esistente nelle fonti tra: “schiavitù ingiusta” e “servitù giusta”.

La prima riguarda l’asservimento di civili innocenti, catturati, deportati, comprati e venduti, usati e abusati, che non è mai stata giustificata e incoraggiata dall’insegnamento cattolico ma, anzi, è stata ripetutamente condannata, in particolare in occasione della tratta mediterranea (sec. XIV-XVIII) e soprattutto della tratta atlantica (sec. XVI-XIX). La “servitù giusta”, invece, viene distinta in: “servitù penale”, cioè la privazione della libertà come conseguenza di crimini, quando non esisteva ancora l’istituto carcerario; “servitù bellica” per i prigionieri che non venivano uccisi, quando non esistevano ancora campi di internamento per prigionieri; “servitù economica e volontaria”, cioè il rapporto subordinato e a tempo indeterminato tra un sottoposto e un padrone che gli doveva garantire tutela giuridica, protezione militare, mezzi di produzione, di cui anche la Chiesa si è servita (R. Reggi – F. Zanini, La chiesa e gli schiavi, 2016).

Se non si riconosce questa distinzione tra schiavitù ingiusta e servitù giusta, non si capisce come mai in molti concili e autori sono presenti riflessioni e disposizioni al contempo sia favorevoli che contrarie alla servitù e, comunque, in entrambi i casi, “schiavitù ingiusta” e “servitù giusta”, l’insegnamento cattolico, a cominciare dalla Lettera di S. Paolo a Filemone, ha sempre esortato i superiori al trattamento fraterno e non violento dei sottoposti e ripetutamente valorizzato la meritoria azione di liberazione.

Inoltre, la schiavitù ingiusta è stata considerata illegittima dall’insegnamento cattolico, principalmente sulla base di alcuni temi teologici: la naturale uguaglianza degli uomini creati ad immagine e somiglianza di Dio; lo stato di originaria e naturale libertà; la redenzione e liberazione operata da Cristo; nonché per motivi di “carità cristiana”. La prima condanna contro l’ingiusta schiavitù di persone libere, cristiani o meno, e contro i «mercanti di uomini» risale al Nuovo Testamento (1Tm 1,10); tra i Padri della Chiesa, i primi sono Gregorio di Nissa († 394) e Agostino († 430). Tra i concili ecclesiali la prima esplicita condanna si ha col Concilio di Reims (625), tra i primi papi troviamo Giovanni VIII (†882), anche se per una condanna solenne, autorevole, universale, fondata sui temi antropologici e teologici suddetti, occorre attendere la “Creator omnium” di papa Eugenio IV (17 dicembre 1434), cui seguiranno numerosi altri interventi pontifici ed ecclesiastici che culmineranno, come ricorda MH, con l’enciclica “In plurimis” di Leone XIII del 5 maggio 1888.

In definitiva la Chiesa cattolica col rifiuto della schiavitù ingiusta accende la prima scintilla di un’indignazione destinata a portare, in tempi lunghi, all’abolizione della schiavitù nel mondo occidentale. Non altrettanto è successo, purtroppo, in altri mondi e contesti, molto meno o per niente affatto permeati di spiritualità cristiana, verso i quali, tuttavia, è necessario assumere un atteggiamento di seria analisi e di studio, così come sembra richiederlo oggi la “rivoluzione industriale” legata all’Intelligenza Artificiale.

La Chiesa, dunque, e il suo grande patrimonio di cultura, anche nel caso del dramma della schiavitù, si conferma elemento progressivo di civiltà e di umanità, seppure in un percorso controverso e chiaroscuro, dovuto al fatto che il Regno di Dio “non ancora” ha raggiunto la sua forma finale e perfetta, anche se la salvezza è “già” presente nel mondo attraverso l’opera del Cristo, di cui i credenti sperimentano “già” la grazia e la vita nuova in attesa del pieno compimento della promessa e della fine dei tempi.

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Leonardo Salutati

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