La coscienza e l’imprescindibile dimensione soggettiva della verità morale

600 391 Gianni Cioli
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di Gianni Cioli · Quello della coscienza morale è un tema complesso. C’è chi ha rilevato che è un concetto troppo vago per un discorso che voglia essere pienamente rigoroso, paragonandolo a un contenitore a cui possono essere dati i contenuti più diversi.

Tuttavia, esso è un tema irrinunciabile perché l’agire non potrebbe dirsi veramente morale se la persona che agisce non fosse convinta di quello che sta facendo. Agire morale in senso pieno vuol dire che la persona agente si identifica con quello che fa. Infatti, attraverso le scelte morali essa, in definitiva, sceglie se stessa, cioè il proprio auto-adempimento integrale. La pretesa morale non si accontenta di chiedere una prestazione parziale in quanto conforme ad una norma, ma chiede la persona stessa. Qui sta la differenza fra la norma morale e la norma giuridica. Mettere in primo piano la coscienza nel discorso morale allora significa sottolineare che la verità morale in senso pieno si realizza solo quando è vissuta dalla persona nella libertà. Colui che agisce moralmente, ovvero seguendo il dettame della coscienza, non è vincolato da una forza esterna ma si auto-vincola, è consapevole di sé, non è costretto a fare quello che fa, ma segue la sua convinzione profonda.

Il tema della coscienza mette dunque in primo piano la necessità della partecipazione personale e della convinzione perché si possa parlare di bene morale.

Ma c’è anche un altro aspetto dell’agire morale che emerge dalla valorizzazione della coscienza: quello della inderogabile responsabilità del soggetto nei riguardi della concretezza della situazione. Di fronte alla realtà concreta, rispondere all’appello morale della coscienza, significherà discernere che cosa significhi il bene da fare, e quale sia la scelta che meglio incarni l’amore. La persona, certo, è guidata dai precetti della legge morale, ma nessuno di essi, alla fine, potrà sostituirsi alla persona stessa nel concreto discernimento morale.

Il magistero della Chiesa ha richiamato l’attenzione sul fatto che esistono dei precetti assoluti e sempre validi per tutte le situazioni e tutti i tempi; si tratta di precetti negativi che vietano atti intrinsecamente cattivi. Ma la maggior parte delle nostre azioni non ricadono sotto tali precetti e ciò non significa che si possa agire a piacere. Il soggetto dovrà piuttosto individuare, alla luce delle indicazioni generali della legge morale, la norma morale adeguata alla concreta situazione (la norma della coscienza) e poi dovrà trovare la forza di seguirla anche se si trattasse di una norma scomoda per il soggetto medesimo.

Per responsabilità si intende questa capacità di rispondere delle proprie scelte in maniera matura, facendosi carico di realizzare il bene nelle circostanze spesso imprevedibili della storia che, il più delle volte, non si lasciano definire in maniera adeguata nelle formule di una norma scritta. Un precetto codificato, per quanto miri a far attuare le esigenze dell’amore, non sarà mai in grado di indicare ciò di cui c’è veramente bisogno in una particolare e determinata situazione. Il precetto sarà di aiuto, darà delle indicazioni determinanti, ma non potrà mai sostituire l’inderogabile responsabilità del soggetto.

Questo discorso si ricollega evidentemente con quello sulla virtù della prudenza o saggezza (phronesis), ed implica forse una maturità che tutti non possiedono (forse molte persone vivono effettivamente il loro rapporto con la morale in termini legalistici o convenzionali), ma ciò non toglie che la riflessione morale debba spingere verso la maturità della coscienza, ovvero verso una valorizzazione della responsabilità, nella prospettiva di quella che può definirsi “morale della prima persona”.

Si può dunque parlare di una imprescindibile dimensione soggettiva della verità morale, quale presupposto per comprendere il corretto significato della coscienza. Esiste però anche una imprescindibile dimensione oggettiva della verità morale, altrettanto necessaria per lo sviluppo e l’esercizio della coscienza del soggetto. Mi ripropongo di affrontare questa complementare tematica in un prossimo intervento su questa stessa rivista.

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