di Leonardo Salutati · Il 3 ottobre 2026 saranno ben 800 anni dal transito di S.Francesco d’Assisi, tuttavia, nonostante il tempo, la vita del santo continua a vivere nella memoria del mondo ed è ancora capace di generare in chi ha in sorte di conoscerlo: curiosità, interesse e fascino, a cominciare da Dante che nei versi dell’XI canto del Paradiso tratteggia la bellezza che risplendeva nelle umili fattezze di S.Francesco.
S.Francesco è stato il testimone eccezionale di un periodo molto importante della storia medievale in cui, accanto al fenomeno delle eresie, compare e si sviluppa una nuova società originata da un intenso movimento di urbanizzazione, per certi versi simile alle grandi ondate di esplosione urbana del XIX e XX secolo. Infatti, a partire dall’anno mille ha inizio in Occidente un poderoso sviluppo demografico ed economico. Crescono decisamente le attività commerciali e le città, centro del potere e luogo principale in cui avvengono le transazioni economiche che richiedono sempre più il ricorso alla moneta. Nascono i cambiatori, che presto si trasformeranno in banchieri, sostituendo in questo ruolo sia i monasteri – istituti di credito sufficienti ai deboli bisogni dell’alto Medioevo – sia gli ebrei, relegati al ruolo di “prestatori di consumo” (J. Le Goff). La disuguaglianza tra le persone non si fonda più sulla nascita e sul sangue ma scaturisce ora dal gioco economico e sociale, dalla fortuna immobiliare e mobiliare, dalla proprietà del suolo o di immobili urbani, di censi e rendite, di denaro.
A differenza di quanto si è sempre pensato il Medioevo non è stata un’epoca arretrata, buia, oltranzista, dogmatica, basti pensare a cosa questo tempo ha prodotto, a certi oggetti che sono stati inventati allora: gli occhiali, i bottoni che hanno fondato la moda, il mulino a vento, la forchetta, la forma del libro, i vetri, gli assegni, le note musicali, solo per fare alcuni esempi, senza parlare delle grandi cattedrali e dell’arte (C. Frugoni).
In questa temperie S.Francesco è l’esempio sorprendente di un uomo aperto alla nuova società, con tutti i suoi mali e le sue contraddizioni, che osserva con simpatia, con amore, senza livore gli uomini della sua epoca, pieni allo stesso tempo di peccati e di bellezza creaturale.
La Chiesa, in questa epoca di grandi cambiamenti, si impegna per rinnovarsi anche se il mondo si muove più velocemente di lei. La crociata è impotente contro i musulmani; la lotta all’eresia produrrà profonde lacerazioni all’interno della cristianità. In questo contesto sarà Francesco a rinnovare profondamente la vita della Chiesa. Un esempio significativo è l’incontro con il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil (1219). Invece di combattere, Francesco cercò il dialogo e la pace. Non vi andò con le armi, ma con il Vangelo; non per imporre, ma per dialogare; per testimoniare con la vita la «buona notizia». Qui è possibile cogliere una straordinaria intuizione: la missione nasce dall’obbedienza allo Spirito, non dall’attivismo umano. Non si tratta di occupare spazi, ma di abitare relazioni, prendendo alla lettera l’invio dei discepoli evocato da Luca (cf. Lc 10,4-5).
Nel campo dell’economia, Francesco fa della povertà il suo valore spirituale supremo, praticandola come ideale di vita evangelica in contrasto con l’accumulazione di beni terreni da parte dei fedeli. Povertà che non è la miseria. Lui per sé stesso fa una scelta estrema di vita, ma quando Francesco parla della povertà, egli intende quello sguardo sul mondo che lo vede come una cosa non tua. La povertà è amare ciò che non è mio, compreso il mio corpo, altrimenti Francesco non potrebbe dire Sorella morte, che è lo slogan più contrario di tutta l’epoca che viviamo. La nostra epoca, infatti, è completamente fondata sull’«io sono mio e faccio di me quello che voglio». Francesco pensa esattamente il contrario, mette in discussione alcune categorie fondamentali del pensiero e dà vita ad una visione economica che vede l’uomo come l’amministratore dei beni della creazione e non il padrone, perché tutti dovremo restituire quello che ci è stato dato, ricchi o poveri allo stesso modo. Per questo S.Francesco non cedette alla tentazione eretica in cui invece cadde la gran parte dei pauperes Christi (i «poveri di Cristo»), anche perché, visceralmente attaccato a ciò che considerava fondamentale per la vita cristiana e per la salvezza: i sacramenti, specialmente l’Eucarestia, per cui non poteva fare a meno della Madre Chiesa.
San Francesco, come tutto il cristianesimo, è un atto di simpatia alla vita, non un atto di accusa. È il motivo per cui lui è vincente contro i Catari, che praticavano un ascetismo rigoroso, rifiutavano i sacramenti cattolici e disprezzavano il corpo, di fatto testimoniando un atteggiamento di antipatia alla vita. Francesco non disprezza la vita: si fa portare i biscotti prima di morire e abbraccia i lebbrosi. A San Francesco la vita sta profondamente simpatica perché l’ha fatta Dio (D. Rondoni).
Infine, dire Francesco significa dire rispetto del creato, dell’ambiente, degli animali. Il Cantico delle creature non è un cantico ecologista, è un inno all’Altissimo. «La natura viene spesso intesa come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, ma la creazione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale» (Laudato si’, n. 76). Per Francesco la natura è segno di un Altro, «è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode» (Laudato si’, n. 12).

