La communio, espressione che meglio di ogni altra è in grado di sintetizzare l’insegnamento del Concilio Vaticano II quando intende riflettere sulla natura dell’esperienza ecclesiale, deve essere vissuta sempre di più come forma concreta di governo, al fine di inverare ciò che la Chiesa stessa è.
Questo, in estrema sintesi, è quanto emerge dalle parole di
per riflettere sul tema del governo di una comunità ecclesiale. Ed è proprio sulla “forma” del governare che il Papa ha rivolto la sua attenzione, presentando come tale dinamica debba essere sempre animata dal rendere una comunità un “luogo di crescita” per tutte quelle persone che ne fanno parte. Non gestione delle persone, dunque, ma fattiva e concreta possibilità perché ciascuno possa realizzare appieno la propria vocazione, andando instancabilmente incontro ai bisogni personali. Ma ciò non basta, spiega il Papa, proprio alla luce della natura sacramentale della Chiesa, la quale, pur essendo una dimensione esteriore istituzionale, è sempre segno efficace della comunione trinitaria: “La Chiesa è stata istituita da Cristo come segno perenne della sua volontà salvifica universale ed è il luogo, voluto da Dio, dove tutti gli uomini, in ogni epoca, possono ricevere i frutti della Redenzione e sperimentare la vita nuova che Cristo ci ha donato”.
Ed è proprio la natura della Chiesa a spiegare come la forma del governo non possa ridursi a qualcosa di tecnico, ma deve contenere in se stessa “un orientamento salvifico, cioè deve tendere al bene spirituale dei fedeli”. Questo riguarda anche le associazioni e i movimenti ecclesiali, la cui guida spesso è affidata a laici che partecipano al munus regale di Cristo, acquisito in dono mediante il battesimo, sempre in virtù di una elezione, frutto di un discernimento comune. Secondo Leone XIV tre sono le conseguenze di questo discorso per la “forma” del governo: in primo luogo, il fatto che si debba sempre promuovere il bene della comunità, proprio per evitare che esso diventi un mondano prestigio personale; in secondo luogo, esso deve essere il frutto di libere elezioni, e non una imposizione “dall’alto”; in terzo ed ultimo luogo, tale governo deve sempre essere “soggetto al discernimento dei Pastori, che vigilano sulla genuinità e sull’uso ordinato dei carismi”.
Ecco alcune caratteristiche che devono essere assunte da chi esercita una qualsiasi autorità nella Chiesa: “L’ascolto reciproco, la corresponsabilità, la trasparenza, la vicinanza fraterna, il discernimento comunitario”, promuovendo in questo modo una partecipazione responsabile di tutti i membri, evitando di accentrare su di sé o su pochi “eletti” l’esercizio del governo.
Importante, inoltre, è che tutte queste esperienze carismatiche, inserendosi all’interno dello stesso dinamismo ecclesiale, tengano conto di un duplice
aspetto: custodire l’esperienza passata, valorizzando, attraverso la memoria, il patrimonio vivente; assumere uno sguardo profetico sulla realtà attuale per intercettare le nuove grandi sfide dell’umanità in cui è inserita e di cui fa parte. Entrambi questi aspetti permettono ai movimenti ecclesiali di non cadere nell’autoreferenzialità e così di rimanere fedeli al carisma fondativo: “Governare in modo fedele al carisma fondativo significa pertanto trovare in esso l’ispirazione per aprirsi al cammino che la Chiesa compie nel presente, senza appiattirsi sui modelli pur positivi del passato, ma lasciandosi provocare da realtà e sfide nuove, in dialogo con tutte le altre componenti del corpo ecclesiale”. Ma anche questa fedeltà creativa al carisma del fondatore non deve essere il frutto di un programma operativo del singolo che esercita l’autorità, ma di una comunione nella missione di governo; per questo, spiega ancora il Papa: “Chi esercita una missione di governo nella Chiesa deve imparare ad ascoltare e accogliere pareri diversi, orientamenti culturali e spirituali diversi, temperamenti personali diversi, cercando sempre di conservare, soprattutto nelle decisioni doverose e spesso difficili da prendere, il bene superiore della comunione. Ciò richiede una testimonianza di mitezza, di distacco e di amore disinteressato ai fratelli e alla comunità, che sia di esempio per tutti”. La comunione, in questo discorso di Leone XIV, è tutt’altro che una formula astratta o spiritualizzata; essa rappresenta, invece, una forma concreta di governo nella Chiesa, che trova in Cristo la sua ontologica condizione di possibilità: In ille uno, unum.

