«La reliquia di Costantinopoli» Un romanzo storico di Paolo Malaguti
di Andrea Drigani · Non è la prima volta che volgo l’attenzione alla storia di Costantinopoli, nell’ambito della storia del cristianesimo, con riferimento ai rapporti tra l’Occidente latino e l’Oriente greco.
Nel marzo del 2024, su questa Rivista, ho recensito il libro di Marina Montesano intitolato «Dio lo volle? 1204: la vera caduta di Costantinopoli».
La triste e terribile vicenda del sacco di Costantinopoli del 1204, ad opera dei «crociati» latini, ha costituito una grande pietra d’inciampo nelle relazioni tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli, gettando delle ombre anche sulla celebrazione e sugli esiti del Concilio Ecumenico di Firenze del 1439.
La prima caduta del 1204 è collegata, in quanto la prepara, alla seconda caduta, cioè alla presa di Costantinopoli del 1453 da parte dei Turchi Ottomani.
Il romanzo «La reliquia di Costantinopoli» di Paolo Malaguti, riedito in questi giorni da Einaudi, è ambientato negli ultimi mesi prima della seconda caduta e dell’inizio della trasformazione della città che voleva essere la Nuova Roma.
Il romanzo storico ha sovente come protagonisti personaggi non storici e le vicende sono, per lo più, di natura personale e familiare, ma sono inserite in un preciso contesto storico che viene solitamente descritto con rigore e precisione.
Il romanzo di Malaguti si colloca in questa dimensione, basti vedere la nota bibliografica di studi e saggi collocata in appendice al libro.
La trama del romanzo inizia a Venezia nel 1565, quando un anziano patrizio fa riaprire la tomba di Gregorio Eparco, un greco fuggito da Costantinopoli, che era stato il suo pedagogo, e che prima di morire gli aveva consegnato un volume manoscritto da mettere nella bara.
Il patrizio recupera il volume che reca il titolo «Qui giacciono le memorie del servo di Dio Gregorio Eparco costantinopolitano, scritte di suo pugno, sulle tragiche vicende di cui fu suo malgrado testimone nell’anno del Signore 1453».
Questo espediente letterario costituisce l’ossatura del romanzo. La narrazione ricomincia tornando al 1453, quando il Sultano Maometto II inizia l’assedio con le prime cannonate contro le mura di Costantinopoli, provocando innanzitutto paura e spavento e favorendo la percezione dell’imminente e sicuro tracollo.
Gregorio Eparco, giovane mercante, insieme al suo socio ebreo-veneziano Malachia Bassan, per un insieme di circostanze, vuole recuperare, sforzandosi di decifrare i segreti di un misterioso codice, le reliquie che erano state nascoste nel 1204 per salvarle dalla furia dei «crociati» latini che le cercavano per venderle e ricavarne grossi guadagni.
Gregorio e Malachia riescono a trovare, con difficoltà e rischio, la Nove reliquie della Passione – la Vera Croce, la Corona di spine, i Chiodi, la Lancia ed altri frammenti sacri, prima che i Turchi arrivando le distruggessero.
Riusciti nel loro intento riescono poi a fuggire da Costantinopoli.
Nel romanzo si presenta assai bene la tradizione bizantina circa il valore teologico delle reliquie che vuol significare di entrare, in qualche modo, in contatto con il carne di Cristo, Figlio di Dio e salvatore del genere umano.
Ho trovato interessante il racconto che descrive la celebrazione dell’Unione tra la Chiesa Latina e quella Costantinopolitana, sancita dal Concilio di Firenze, che l’ultimo imperatore romano d’Oriente Costantino XI Paleologo, promuove nella Chiesa di Santa Sofia, ma che vede molti assenti e oppositori, i quali, oltre alla pessima memoria del sacco del 1204, sono convinti del più completo disinteresse dell’Occidente per salvare Costantinopoli dall’invasione islamica, come in effetti accadrà.
I romanzi storici, come questo di Paolo Malaguti, contribuiscono alla conoscenza di certi avvenimenti passati, ma sempre da tenere presenti per gli uomini e per i cristiani di ogni tempo.