La sfida dell’altro e dell’uno, a sessant’anni dalla pubblicazione di «Nostra Aetate»

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di Alessandro Clemenzia · «A sessant’anni di distanza dalla sua pubblicazione, Nostra Aetate continua a ispirare le scelte pastorali e teologiche della Chiesa e ad alimentare quel dialogo che è la forma stessa del darsi della vita umana ed è divenuto vieppiù indispensabile nella società del nostro tempo» (n. 3).

Sono parole contenute nella nota di ben tre dicasteri, intitolata “un cammino di speranza”, promulgata in occasione dei sessant’anni della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate. In essa, come si è già citato, viene presentato il dialogo non come un’attività pastorale tra tante, ma come la “forma” stessa del darsi della vita umana, in quanto è ciò che caratterizza l’essere-persona di ogni individuo. Tale insegnamento è stato ribadito nel magistero postconciliare, da Paolo VI (con Ecclesiam suam) fino ai diversi interventi di papa Leone XIV; un orientamento ecclesiologico che richiede, tuttavia, una continua «trasformazione dello sguardo» (n. 38) verso tutta la realtà, per evitare di cogliere nel dialogo una pericolosità da cui guardarsi, come se si trattasse di «un relativismo dottrinale o una diluizione dell’identità religiosa» (n. 44).

A partire da quanto vissuto in questi sessant’anni dalla promulgazione di Nostra Aetate, la Chiesa avverte la necessità di passare dal riconoscimento dell’importanza del dialogo al metterlo in atto a trecentosessanta gradi, in modo che qualunque vocazione possa sperimentare la bellezza di tale esperienza relazionale. Spiega la nota: «Non basta più proclamare l’importanza del dialogo: occorre ora viverlo, fornire ai fedeli gli strumenti per parteciparvi in modo informato, critico e sereno» (n. 48).

Dialogare implica una dinamica totalmente differente rispetto ad ogni tentativo di strumentalizzare l’interlocutore attraverso i migliori propositi pastorali; una dinamica relazionale, tuttavia, che non va ridotta ad un semplice atteggiamento di apertura, ma presuppone «uno sguardo contemplativo rivolto all’“altro diverso”» (n. 50). Tale sguardo consiste nel cogliere nel tu, chiunque esso sia, un di più non immediatamente percepibile. In questo senso il dialogo si offre come un vero e proprio luogo teologico, vale a dire uno spazio interpersonale abitato da Dio, «dove lo Spirito Santo vuole farsi sentire, attraverso l’incontro con l’altro» (n. 51).

Ecco, dunque, il significato più autentico del dialogo: si tratta, infatti, della possibilità offerta a ciascuno non di affermare una verità e di convincere il proprio interlocutore, ma di creare uno spazio relazionale all’interno del quale Dio stesso possa accadere, anche a prescindere dai meriti personali di ciascuno. In questo orizzonte di comprensione la Chiesa può riscoprire ogni giorno la bellezza della sua vocazione nell’essere costantemente orientata verso l’altro-da-sé, come possibilità concreta per generare tale luogo teologico e vivere così costantemente della presenza di Dio.

L’inverare questi spazi della presenza di Dio non significa appiattimento della propria identità, come se si intendesse realizzare una specie di “religione universale” capace di inglobare tutto e tutti, ma passa attraverso il riconoscimento della dignità del tu nella sua specificità, che al tempo stesso rivela anche l’identità peculiare della Chiesa. Tale dinamica è chiaramente spiegata dalla nota: «Non si tratta, in verità, di fondare una grande religione mondiale in cui tutte le credenze vengono appiattite. […] Si tratta, invece, di costruire una società fraterna capace di accettare le differenze» (n. 53). L’unità, nell’esperienza ecclesiale, non andrà mai a coincidere con l’uniformità, in quanto trova nella differenza e nell’alterità il suo motore interno.

Per arrivare a realizzare tale esperienza di dialogo è necessaria «una vera trasformazione della mentalità» (n. 54), che consiste nell’assumere lo stesso sguardo di Cristo, capace di mostrare la verità di Dio proprio attraverso l’affermazione e il riconoscimento della dignità e della specificità dei propri interlocutori, valorizzando quanto di bello e di vero ci sia anche in una umanità ferita e fragile.

Nel momento in cui il dialogo tra le religioni riesce a farsi luogo teologico, allora esse potranno offrire il loro specifico contributo alla società di oggi, non più soltanto singolarmente, ma attraverso la fecondità realizzata proprio dall’interno del dialogo stesso. «Di fronte alle sfide contemporanee – estremismi religiosi, migrazioni globali, secolarizzazione, crisi ecologiche e sociali – le religioni sono chiamate a trasformare il mondo e la società perché siano espressioni fraterne della volontà di Dio» (n. 58).

Per generare tale trasformazione della realtà le religioni devono vivere relazioni tali da diventare luoghi in cui possa accadere costantemente quella novità capace di rispondere alle esigenze del cuore di ogni uomo e donna, a prescindere dalla propria appartenenza religiosa. Il metodo, dunque, non è quello di convincere o convertire l’altro, ma quello di riconoscere la bellezza e l’identità peculiare dell’altro, fino a diventare luogo della presenza di Dio.

Una sfida, quella aperta da Nostra Aetate, che riguarda tutti, nessuno escluso.

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