«L’abolizione dell’uomo» Le riflessioni di C.S. Lewis

di Andrea Drigani · E’ di recente uscito, per i tipi di Adelphi Edizioni, il volume «L’abolizione dell’uomo» che raccoglie le conferenze tenute da Clive Staples Lewis (1898-1963) al King’s College di Newcastle nel 1943.

C. L. Lewis, com’è noto, è l’autore di diversi libri, tra i quali sono ricordare: «Le Lettere di Berlicche», «Diario di un dolore», «Il cristianesimo così com’è», la «Trilogia cosmica» composta da «Lontano dal pianeta silenzioso», «Perelandra» e «Quell’orribile forza», la serie delle «Cronache di Narnia».

Le riflessioni di C. L. Lewis, che hanno originato «L’abolizione dell’uomo», si muovono dall’esame critico di un passo di un libro di grammatica per le scuole elementari, per giungere ad affrontare la questione del soggettivismo e l’illusione di un trionfo tecnologico e di una supremazia tecnocratica sull’umanità.

Riguardo a quanto asserito nel libretto per le scuole elementari, C. S. Lewis esordisce osservando che lo scolaro crederà a due affermazioni, la prima che tutte le frasi contenenti un valore dipendono dallo stato emotivo di chi le pronuncia, la seconda che per questo sono irrilevanti.

Certo, continua, possono sussistere delle sensibilità eccessive e morbose, ma occorre saper discernere, poiché la giusta difesa contro i falsi sentimenti – rileva C.S. Lewis – è instillare sentimenti giusti.

Non si può «sfatare» tutto e tutti in modo indiscriminato e caotico, ma ci si deve riferire alla Natura, al Sentiero, alla Strada.

A questo punto C. S. Lewis non rinvia ad argomenti filosofici o teologici, cioè ai fondamenti metafisici o alle verità di fede, ma alla constatazione storica che emerge dalla tradizione culturale precristiana ed extra-cristiana.

C. S. Lewis osserva che nella civiltà cinese, secondo Confucio, si parla di un’entità suprema chiamata il Tao che costituisce la realtà oltre ogni predicato, l’abisso precedente al Creatore stesso, una Via che ogni uomo dovrebbe percorrere conformando tutte le proprie attività a tale modello grandioso.

«D’ora innanzi – dichiara – chiamerò tale concezione, in tutte le sue forme, platonica, aristotelica, stoica, cristiana e orientale il “Tao” … E’ la dottrina del valore oggettivo, la convinzione che rispetto al tipo di realtà costituita dall’universo e alla realtà che siamo noi stessi, certi atteggiamenti siano effettivamente veri e altri effettivamente falsi».

C. S. Lewis contesta l’idea di obbedire all’istinto, che a suo parere, è come dire di obbedire alla gente, ma la gente insegue le cose più disparate e così fanno gli istinti.

Anche l’appello ad un istinto primordiale è ambiguo ed equivoco, o cela un giudizio di valore al di sopra dell’istinto medesimo e quindi non deducibile da esso, oppure si limita a registrare la sua intensità percepita, la frequenza del suo verificarsi e la sua diffusione.

C. S. Lewis sostiene che non è mai esistito e mai esisterà un giudizio di valore radicalmente nuovo nella storia del mondo. Quelli che pretendono di essere nuovi sistemi o «ideologie» sono tutti frammenti del “Tao” arbitrariamente strappati.

Anche la conquista della Natura da parte dell’uomo, qualora si realizzino i sogni di certi pianificatori scientifici, significherà il dominio di poche centinaia di uomini su miliardi e miliardi di altri.

Questo processo denominato «Abolizione dell’Uomo», per C.S. Lewis, avanza non solo tra fascisti e comunisti (scrive nel 1943), ma pure tra i democratici.

A tal riguardo viene in mente quello che ha rilevato San Giovanni Paolo II nell’Enciclica «Centesimus annus» al n.46: «Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia».

E’ oltremodo opportuno rileggere, per la loro attualità, il testo di queste conferenze di C. S. Lewis pronunciate più di ottanta anni or sono.