di Stefano Tarocchi • Nel numero scorso del mantello della giustizia, ho affrontato il tema del rapporto fra il Battista e Gesù, che riflette la visione della prima generazione cristiana.
A quanti non avevano chiara la distinzione fra il profeta e il Cristo, il quarto Vangelo precisa nello stesso prologo che apre lo scritto: «Giovanni gli dà testimonianza e proclama: “Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me”» (Gv 1,15).
E lo stesso evangelista, poco più innanzi, chiarisce: «questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Tu, chi sei?”. Egli confessò e non negò. Confessò: “Io non sono il Cristo”. Allora gli chiesero: “Chi sei, dunque? Sei tu Elia?”. “Non lo sono”, disse. “Sei tu il profeta?”. “No”, rispose. Gli dissero allora: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”. Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia”» (cf. Is 40,3). E ancora: “Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,32-34).
Tuttavia, prima ancora di queste parole viene un’altra affermazione estremamente importante, Che sebbene con un linguaggio differente nella lingua originale tornerà nella visione del libro dell’Apocalisse (cf. Ap 7,16-17; 17,14: «Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”; [i dieci re] hanno un unico intento: consegnare la loro forza e il loro potere alla bestia. Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re; quelli che stanno con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli”). Queste le parole del Battista: «Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Il verbo greco ha un doppio significato: “prendere su di sé” e “portare via”. Questa parola viene ripresa ancora una volta, poco più avanti nel racconto: «Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!” (Gv 1,35-36).
Ora, qui vorrei cogliere l’importanza dell’affermazione che il testo del Vangelo di Giovanni riporta: “l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”.
Il peccato, al singolare, diventa il padre (o la madre visto, il termine usato in greco!) di tutti i peccati, al plurale, che pervadono la storia umana, nonostante che Gesù Cristo abbia preso su di sé, e portato via il peccato. Lo dice chiaramente ancora la prima lettera di Giovanni, quando spiega che cosa intende con la parola peccato: «in questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo» (1 Gv 4,2-3). È ciò che viene chiamato in chiave ancora più assoluta, la distruzione di ogni ordine: «il peccato è l’iniquità» (1 Gv 3,4). Chiave di tutto è comunque negare il mistero dell’incarnazione: colui che è Dio da sempre («in principio»: Gv 1,1) «si è fatto carne», cioè uomo (Gv 1,14). Ha, cioè, assunto su di sé la debolezza umana, perché ha preso su sé la radice di tutti i peccati.
Tutto questo ha un’enorme importanza: negare la vera umanità del Cristo ha un effetto dirompente sulla storia della comunità cristiana. Per tornare alla prima lettera di Giovanni, viene aggiunto un altro elemento: «figlioli, è giunta l’ultima ora. Come avete sentito dire che l’anticristo deve venire, di fatto molti anticristi sono già venuti. Da questo conosciamo che è l’ultima ora. Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; sono usciti perché fosse manifesto che non tutti sono dei nostri» (1 Gv 2,18-19).
Se il quarto Angelo chiama addirittura “anticristo” colui che nega la veridicità dell’incarnazione, credo si possa affermare che questo sia la negazione del progetto stesso di Dio. Per usare le parole di un celebre commentatore: l’intero «peso dei peccati dell’umanità». Negare la carne umana del Cristo significa negare ad ogni creatura umana il posto che Dio le ha assegnato, ossia ridicolizzare e disprezzare ogni creatura fino a negarla, oppure a trattarla come scarto inutile. Come dire, la strada per cui diventa legittimo, in nome del nostro interesse – personale oppure espressione del potere, legittimato in qualche modo dall’elettorato – schiacciare anche una sola delle creature umane, create ad immagine e somiglianza di Dio.
L’incarnazione del Figlio di Dio, fino a “piantare la sua tenda in mezzo a noi” non resta senza conseguenze. La tragica storia umana degli ultimi decenni e anche della sua stringente attualità è qui a dimostrarcelo.

