di Filippo Meli · «Cosa insegna l’Italia al resto del mondo? La cultura! E cosa insegna il Libano? Il dialogo». Con questa battuta si apre l’incontro con un membro del parlamento libanese (di cui non verrà fatto il nome per ovvi motivi) con un gruppo di giovani in pellegrinaggio in questa Terra Santa.
Può sembrare una considerazione banale quella del parlamentare, ma la realtà di dialogo presente nel Libano è tutt’altro che scontata. Ci sono ben 18 confessioni religiose ufficialmente riconosciute, ma in realtà sono molte di più. Di esse tre sono le principali: musulmani sciiti, musulmani sunniti e cristiani maroniti.
Per comprendere l’importanza di questo dato è necessario per un attimo estraniarsi dalla nostra mentalità del tutto occidentale che vede nel sentimento religioso un’adesione puramente personale e intima. In queste terre la propria confessione religiosa è molto più radicata e radicale. Nell’incontrare le persone, stupisce che appena dopo il nome si presentano con l’appartenenza religiosa, e stupisce ancora di più quando accompagnati in visita per la città i luoghi che ci vengono mostrati con maggior interesse sono proprio le chiese, quasi con lo stesso entusiasmo con cui noi fiorentini mostreremmo le nostre opere d’arte.
Per comprendere questo, come detto, è quindi necessario usare gli occhi di chi vuole conoscere e ascoltare una cultura diversa, che ha tanto da insegnarci, invece che come spesso accade usare uno sguardo occidentalissimo intimista e a tratti individualista che giudica con apparente superiorità.
Se non si entra in quest’ottica risulta ostico capire come mai la stessa composizione del parlamento libanese è legata a componenti religiose più che partitiche in senso stretto e dopo la guerra civile le maggiori cariche del governo sono divise tramite accordi per lo più informali per cui il presidente della Repubblica deve essere maronita, il primo ministro sunnita, il presidente del parlamento sciita, il vicepresidente del parlamento cristiano greco-ortodosso e il capo di stato maggiore druso. Fa strano per noi parlare di fedi diverse come parleremmo di partiti politici, ma se invece del giudizio teniamo lo stile dell’ascolto tutto ciò ci fa incontrare una vita di fede comunitaria che, per certi aspetti, sarebbe importante da riscoprire anche qui.
Una terra ricca di storia, quindi, un popolo fieramente fenicio (mai dare ad un libanese dell’arabo) costellato da persecuzioni e da continue contese politiche. Dove la fede spesso arriva a rischiare la morte o comunque a scegliere uno stile di vita molto precario, ne sono testimonianza le grotte dei monaci maroniti nella valle santa di Qadisha. Oggi luogo di preghiera e meditazione, ma nel suo passato le grotte degli eremiti erano il rifugio scelto dai patriarchi maroniti, dai monaci, dagli abitanti dei villaggi in fuga dalle persecuzioni.
Ma la stessa città di Beirut testimonia questa profonda complessità, tanto che da un quartiere ad un altro sembra di essere in luoghi del mondo completamente diversi che mai si intrecciano e spesso si guardano con sospetto.
Perché il Libano può insegnarci il dialogo? Perché questa terra non ha una maggioranza, non una direzione forte che coordina tutto, ma ha tante piccole minoranze, che devono necessariamente parlare tra loro. Senza il dialogo il Libano implode e i periodi storici in cui questo è successo sono state delle profonde ferite ancora visibili nelle città stesse.
Una Terra Santa visitata da Gesù stesso e citata molte volte nella Scrittura, abitata da un popolo capace di rialzarsi e resistente come i cedri suo simbolo. Ma soprattutto una terra che ha ancora tanto da insegnare su come vivere la comunità e l’accoglienza nonostante le differenze culturali.

