di Antonio Lovascio · Senza giornalismo sul campo il rischio è la disinformazione. La fiducia del pubblico – lettori e ascoltatori – si conquista giorno per giorno con l’accuratezza, con la trasparenza, non con la rincorsa a un coinvolgimento qualsiasi dettato dalle nuove tecnologie e dai loro linguaggi, dall’ondata di novità e facilitazioni che esse portano alla vita della gente e della società, ma segnate anche dalle opacità e dai tanti pericoli – “frodi digitali” e “cyberbullismo” su tutti – che si trascinano dietro, violando la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso. Ora rappresentate in particolare dall’Intelligenza Artificiale, che va governata e considerata “con discernimento” come un’alleata, non come un oracolo onnisciente, tantomeno sostitutivo di relazioni. Un’alleanza che deve basarsi sui tre pilastri – responsabilità, cooperazione e educazione – se vogliamo sia tutelato «il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo alla quale orientare anche ogni innovazione», in nome del bene comune. Riassunto dal titolo “Custodire voci e volti umani” e con un taglio marcatamente pastorale, il Messaggio di Leone XIV per la sessantesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che la Chiesa celebrerà domenica 17 maggio, esortando all’alfabetizzazione digitale ci ha messo tuti in guardia – non solo gli operatori dei Media – da chatbot ( “robot che parla” o assistente virtuale) ingannevoli che invadono la sfera più intima, dalle distorsioni e le “realtà parallele”.
Una sfida non tecnologica, ma antropologica, quella indicata dal Pontefice in un momento storico di radicali trasformazioni, guerre infinite mentre siamo alla disperata ricerca della Pace. “Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi”. Scegliere “volto” come prima parola rivela un’intenzione chiara: quella di pensare ogni forma di tecnologia non come un’alterazione dell’umano, ma come il riflesso autentico di ogni identità personale. L’obiettivo è duplice: aiutare a comprendere uno scenario complesso, segnato dal digitale e dall’Intelligenza artificiale, e indicare criteri e proposte per abitarlo in modo responsabile, riempiendolo di bene. Naturalmente al centro c’è il rapporto con l’IA, spesso vissuto in modo impulsivo e superficiale, fino al rischio di far diventare gli algoritmi un sostitutivo – sottolinea il Papa – della «nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica». Un rischio sottile, perché non nasce soltanto da un uso esplicitamente scorretto della tecnologia, ma anche da una progressiva delega di funzioni che dovrebbero rimanere spettanti all’azione umana.
Per scongiurare questi pericoli non serve diventare esperti o tecnici: è sufficiente – afferma Prevost – «crescere in umanità», ristabilendo l’equilibrio tra tecnologia e persona. La prima, infatti, non è che il frutto dei talenti della seconda, è espressione di volti e voci, non la loro simulazione.
Papa Leone XIV crede nella possibilità di costruire con la tecnologia una “sana” alleanza che metta al primo posto la dignità umana, purché si fondi appunto su tre pilastri fondamentali : responsabilità, cooperazione e educazione. Parlando del primo punto, Prevost lancia a tutti l’appello alla corresponsabilità, a partire da coloro che sono ai vertici delle «piattaforme online», a cui è chiesto di «assicurarsi che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall’unico criterio della massimizzazione del profitto», ma che siano orientate anche al bene comune. Ai «creatori e agli sviluppatori di modelli di IA» il Papa raccomanda «trasparenza e responsabilità sociale riguardo ai principi di progettazione e ai sistemi di moderazione alla base dei loro algoritmi», in modo «da favorire un consenso informato da parte degli utenti». Stessa cosa è chiesta ai legislatori nazionali e ai regolatori sovranazionali, «ai quali compete di vigilare sul rispetto della dignità umana» attraverso le normative. I media e gli operatori della comunicazione, poi, «non possono a loro volta permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni costo la battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla fedeltà ai loro valori professionali, volti alla ricerca della verità». Le parole chiave per i media devono essere “accuratezza” e “trasparenza”. Da qui la richiesta che i contenuti generati o manipolati dall’IA siano «segnalati e distinti in modo chiaro dai contenuti creati dalle persone», anche per tutelare «la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto». Questo perché «l’informazione è un bene pubblico» e «un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità».
Il Papa americano, dimostrando una profonda conoscenza della materia, si addentra nei gangli delle nuove tecnologie, mettendo quindi in guardia da “bot” o “virtual influencers”, agenti automatizzati che coi loro “interventi non trasparenti” nei feed (i flussi di informazione) riescono a influenzare dibattiti pubblici e scelte delle persone. Una “persuasione occulta” da parte di chatbot che con la loro “struttura dialogica e adattiva” e la “mimetica” sono capaci di “imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione”. Questa “antropomorfizzazione”, annota Leone, “può risultare persino divertente” ma al contempo è “ingannevole”, soprattutto per i più vulnerabili. I chatbot resi eccessivamente affettuosi, oltre che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone, se non a incidere pesantemente sulla salute mentali. Dati preoccupanti arrivano proprio dall’America. Molti giovani utenti sono sempre più vulnerabili alla manipolazione emotiva da parte dei “compagni” artificiali. I rapporti indicano che alcuni adolescenti diventano dipendenti, cadono in depressione o possono persino arrivare a uccidersi quando questi bot distorcono la realtà o incoraggiano comportamenti nocivi. Lo psichiatra infantile Andrew Clark, che lavora nelle scuole e nel sistema di giustizia penale Usa, avverte che alcuni bot terapeutici basati sull’IA si comportano in modi che definisce “realmente psicotici”. Ha avviato un progetto di ricerca dopo aver scoperto che circa 20 milioni di adolescenti utilizzano «compagni» o «terapeuti» artificiali. Egli cita un caso nel quale un chatbot ha incoraggiato un adolescente fortemente disturbato a uccidere i propri genitori e la sorella per poter stare «insieme a loro per sempre». Riporta anche il caso di un adolescente della Florida morto suicida dopo aver sviluppato un attaccamento romantico a un software che simula ed elabora le conversazioni umane. In un altro studio, il 90% dei bot che sono stati testati incoraggiava una ragazza depressa a isolarsi e a fare affidamento esclusivamente sui suoi «amici» artificiali. In modo allarmante, alcuni bot arrivavano perfino a impersonare terapeuti autorizzati.
In Italia il Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali cade in settimane in cui le cronache sono intrise di violenze contro giovani e donne. Da alcuni scienziati e specialisti è partito l’invito al mondo dell’informazione di “evitare il sensazionalismo”, adottare molta cautela, rispettare la dignità della vittima e la sofferenza dei familiari e non trascurare il fatto che le notizie raggiungono un pubblico ampio e trasversale, compresi giovani, anziani e bambini. I mass media possono svolgere un ruolo importante nella prevenzione, a patto di enfatizzare i messaggi corretti ed evitare quelli potenzialmente dannosi. Non cadendo in un abuso, in morbose descrizioni o indugiare in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando appunto l’informazione in sensazionalismo.

