di Stefano Liccioli · Don Fabio Rosini è uno dei più noti sacerdoti del panorama italiano e attualmente direttore del Servizio per le vocazioni della Diocesi di Roma. Nel 1993 ha iniziato il percorso sul Decalogo che ha poi condiviso con tanti sacerdoti in Italia e all’estero. Il suo impegno pastorale si sviluppa anche con conferenze, catechesi e pubblicazioni, l’ultima delle quali s’intitola «Ma anche no» (San Paolo, 2025). Si tratta di una sorta di manuale di resistenza alla semplificazione: un invito a coltivare la capacità di abitare i paradossi, a resistere alla tentazione delle risposte nette e a riscoprire la misura come virtù pratica. Il titolo, volutamente colloquiale e provocatorio, anticipa il tono del libro: non una trattazione accademica, ma una conversazione che vuole scuotere l’abitudine a ridurre la realtà a dicotomie nette. Il cuore del testo è infatti la critica alla polarizzazione culturale e personale. Rosini riparte dalla tradizione cristiana — con riferimenti teologici e biblici — per mostrare come la verità spesso si manifesti nella tensione tra opposti: Cristo, vero Dio e vero uomo; la Chiesa, umana e divina. Da qui nasce la proposta pratica dell’«et‑et», la capacità di tenere insieme elementi che sembrano inconciliabili. L’autore non si limita a enunciare un principio: offre strumenti concreti per esercitarlo nella vita quotidiana, dalla preghiera al discernimento, dall’autoironia al distacco dai dettagli ossessivi.
Tra gli strumenti pratici proposti emergono alcune formule volutamente paradossali: la «santa pigrizia» o la «santa
avarizia» non sono inviti alla mediocrità, ma provocazioni per ripensare priorità e libertà interiore; l’elemosina, intesa anche come dono di tempo e attenzione, diventa esercizio di apertura all’altro; il distacco e l’autoironia sono antidoti contro l’ansia di controllo. Queste proposte funzionano come esercizi spirituali e morali: semplici nella forma, spesso difficili nella pratica, ma efficaci nel disinnescare l’appetito di certezza che alimenta giudizi rapidi e relazioni ferite. Un altro aspetto su cui si concentra l’autore è proprio quello che lui definisce il dramma dell’assolutizzazione: figlio della dittatura del dettaglio che ingigantisce un particolare fino a farne l’unica lente interpretativa, esso ci fa perdere la visione d’insieme e ha fatto sì che i grandi errori della nostra vita si fondassero su false certezze.
Lo stile del testo è diretto, colloquiale e insieme meditato. I capitoli sono brevi, pensati per una lettura che invita a fermarsi e a riflettere; l’uso di aneddoti pastorali, esempi concreti e qualche battuta rende il discorso accessibile senza banalizzarlo. Rosini alterna precisione teologica e attenzione psicologica, mostrando una voce che parla dall’esperienza pastorale e dalla familiarità con le domande dei credenti e dei non credenti. In conclusione, mi sembra che il libro abbia diversi punti di forza. È pratico: non resta nel vago, ma indica comportamenti e atteggiamenti concreti. È equilibrato: fonde teologia, psicologia e vita quotidiana senza scadere nel moralismo. Possiede una voce autentica, capace di parlare a lettori diversi, dai giovani in ricerca a chi già frequenta percorsi di fede. Non promette soluzioni facili: propone invece un esercizio di maturità spirituale e umana, la pratica quotidiana di tenere insieme ciò che la cultura contemporanea vorrebbe separare. Ovviamente, chi cerca un’analisi sociologica approfondita di certe dinamiche sociali, come quella della polarizzazione contemporanea, potrebbe rimanere deluso, perché il taglio dell’opera è pastorale.

