«Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare anche il male?» (Gb 2,10) In questo versetto del libro di Giobbe forse è racchiusa una delle domande che da sempre l’uomo si è posto: se esiste Dio che è infinito amore, perché soffriamo? Perché esiste il male? Questo libro dal titolo estremamente evocativo fa parte della collana “Bibbia e filosofia” ispirata ad un ciclo di incontri organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana. Ciascuno di questi libri è pensato come un percorso attraverso le grandi domande dell’uomo cercando un dialogo tra i testi della Scrittura e la filosofia. Nel testo in esame la domanda sul male e il suo “rapporto” con Dio è affidata al biblista Luca Mazzinghi, presidente della Società biblica in Italia e già presidente della Associazione biblica italiana (dal 2008 al 2016), e Andrea Di Mai, filosofo e professore alla Pontificia Università Gregoriana.
Il libro è strutturato in due parti, nelle quali intervengono rispettivamente Mazzinghi e Di Maio più una conclusione affidata al curatore del testo Stefano Marchionni. In questo breve e non esaustivo articolo ci concentreremo sulla prima parte del testo: ossia il contributo di Luca Mazzinghi.
Come già detto la domanda di partenza non è affatto scontata e da sempre una delle grandi questioni che interrogano l’uomo, ancora oggi il paradosso di Epicuro1 è una delle argomentazioni più forti e citate da chi cerca di dimostrare la non esistenza di Dio e non a caso l’autore sceglie di citare proprio questo come incipit del suo trattato.
Il tema del male nella scrittura non è assolutamente un argomento sconosciuto e spesso viene affrontato dai vari autori biblici in modo diverso e legato al periodo storico o sensibilità, per questo Mazzinghi sceglie, sapientemente, di partire dal libro biblico che forse più di tutti si concentra su tale argomento: il libro di Giobbe.
L’autore sceglie quindi di affrontare il tema compiendo un’accurata analisi del libro di Giobbe e dei temi in esso raccontati, di fatto

Don Luca Mazzinghi
assumendo si tratti di un breve commento al libro. Forse è questo l’aspetto più interessante del trattato. Per chi conosce Mazzinghi o ha già studiato i suoi testi non troverà certo cose particolarmente nuove in questo suo intervento, ma un commento attento e preciso ad uno dei libri sapienziali più famosi, ma non sempre di facile interpretazione.
Mazzinghi sceglie un approccio più narrativo e divulgativo rendendo accessibile e di facile lettura per tutta il suo lavoro, senza però far venir meno la profondità dei suoi studi e la ricchezza del lavoro che c’è dietro.
La domanda sul male e il rapporto con Dio rimane ovviamente aperta, come del resto rimane aperta nel libro di Giobbe, e chi spera di leggere questi testi cercando una “soluzione matematica” si troverà di certo deluso. La risposta che la Scrittura dà e che Mazzinghi non manca di cogliere, è sempre quella della relazione e come dice lui stesso: «per il cristiano, questo paradosso si risolve soltanto nella croce di Cristo. Sulla croce, infatti, Dio stesso viene trascinato all’interno delle drammatiche profondità del male e del dolore umano».
In conclusione, questo libro, anche nella sua parte di stampo filosofico, è estremamente interessante anche e soprattutto perché lo è la domanda di partenza. Accessibile e di buon utilizzo per chiunque voglia approfondire l’argomento, ma soprattutto un ottimo commento al libro di Giobbe da leggere e riscoprire.
1 «Dio o vuole togliere i mali, ma non può; oppure può, ma non vuole; oppure non vuole e non può; oppure vuole e può. Se vuole, ma non può, è impotente; il che è inammissibile in Dio. Se può, ma non vuole, è invidioso; il che pure è alieno da Dio. Se non vuole e non può, allora è invidioso e impotente; e anche questo non può attribuirsi a Dio. Se vuole e può, il che soltanto conviene a Dio, allora da dove vengono i mali? O perché egli non li toglie?» Citato da Lattanzio, De ira Dei, 13,20-21, PL 7,121.

