Nasce la rivista «Communio» della Svizzera italiana

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di Alessandro Clemenzia · Quasi 55 anni sono passati da quel lontano 1972, che ha visto l’avvio di un’esperienza ecclesiale, fatta di teologi e di altri grandi intellettuali, che ha recuperato e sviluppato il pensiero del Vaticano II, fino a offrirne una propria ermeneutica: la rivista internazionale Communio.

Sì, un’esperienza ecclesiale, di questo si tratta; la grande preoccupazione di quel piccolo gruppo fondatore, infatti, non ruotava attorno alle questioni di natura editoriale, per quanto importanti esse fossero, ma era rivolta principalmente all’inverare delle relazioni vere, capaci di generare non un pensiero unico, ma un orizzonte condiviso all’interno del quale ciascuno, con il linguaggio e il metodo della propria disciplina, fosse in grado di interpretare la realtà, per comprendere a partire da essa ciò che Dio chiedeva alla sua Chiesa in quel particolare momento storico. E man mano che crescevano e si intensificavano queste relazioni, si prendeva sempre più consapevolezza che la communio, oltre ad essere una categoria fondamentale per descrivere chi sia Dio, chi sia la Chiesa e quale sia il progetto divino sull’umanità, era prima di tutto un’esperienza vivibile nella concretezza del quotidiano. La teologia, infatti, se non è immersa nelle dinamiche esistenziali delle persone, rischia di ridursi a mera speculazione filosofica del sacro.

Il progetto di avviare una nuova rivista, già a partire dall’autunno del 1969, acquista un forte slancio grazie all’incontro di alcuni grandi nomi del Novecento, come De Lubac, Ratzinger, Balthasar, Medina, Le Guillou, che hanno desiderato dare vita a un luogo che fosse in grado di offrire un’interpretazione teologica dell’insegnamento conciliare “altra” rispetto al pensiero portato avanti dalla rivista Concilium, nata già a partire dal 1965, anno di chiusura del Vaticano II.

Il termine “comunione”, per i fondatori della rivista, ha rappresentato un principio fondamentale, capace di sintetizzare l’intero insegnamento conciliare, così come emerge dai documenti promulgati, e di fondare un’ecclesiologia che non si perdesse nei meandri di alcune visioni sociologiche e politiche, ma recuperasse costantemente la centralità di Cristo come condizione di possibilità per la Chiesa di essere e di rimanere se stessa lungo i secoli. È andata pian piano affermandosi, già a partire dagli inizi degli anni ’70, una proposta ecclesiologica che, attraverso il termine “comunione”, non si voleva sostituire a quella di “popolo di Dio”, ma intendeva recuperare quella sua portata teologica che, a causa di alcune impostazioni, sembrava ormai essere obliata.

Nel bel mezzo di questa estate, mentre il ritmo della vita sembrava rallentato dal calore torrido delle giornate, è arrivata la notizia della nascita della rivista internazionale Communio della Svizzera italiana. Un’informazione che ha fatto immediatamente il giro dell’Italia e ha visto il plauso di molti intellettuali, che da più di un decennio avevano assistito all’uscita di scena dell’edizione italiana. Si tratta, dunque, di una iniziativa che, pur prendendo avvio attorno a diversi docenti e intellettuali in qualche modo legati alla Facoltà Teologica di Lugano, offre il proprio contributo anche al di fuori dei confini svizzeri. Occorre ricordare, inoltre, come Lugano sia un vivace centro culturale avviato dal vescovo Eugenio Corecco, grande canonista, che ha fatto parte del nucleo fondatore, nel 1972, della rivista Communio.

Proprio con l’intento di recuperare questo patrimonio decennale, è partita questa nuova iniziativa, per rispondere teologicamente e culturalmente alle sfide del presente. «In un mondo segnato da divisioni e conflitti – si legge nel sito ufficiale della rivista –, Communio rilancia la centralità della comunione come risposta originale e attuale alle sfide della Chiesa e della società. La communio non è solo un concetto teologico, ma una proposta culturale e umana capace di unire nella differenza, superando le polarizzazioni». Da qui scaturisce la grande sfida con cui è necessario fare i conti, che «consiste nell’avviare una seria discussione comune sulla nuova situazione nella Chiesa e nel mondo, dopo il Vaticano II, e nel cogliere questa discussione come un’occasione per guardare l’eredità del Concilio sotto una nuova luce e in modo più profondo».

L’avvio di questa rivista in lingua italiana rappresenta, in ambito teologico, la possibilità di riscoprire, non soltanto il pensiero di autori che hanno forgiato la riflessione ecclesiale del Novecento, ma soprattutto quell’orizzonte condiviso che permette di dare voce ad un pensiero “altro”, che non intende ripiegarsi sul passato ma, recuperando il valore della Tradizione, guarda sempre in avanti per saper suscitare negli uomini e nelle donne del tempo presente domande intelligenti. Orientandole a Cristo.

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