«Nessuno li può giudicare…»? La retorica di Vance e le minacce di Rubio a confronto col magistero di Leone XIV

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di Gianni Cioli · Il 4 luglio 2026, a New York Harbor, sul ponte della USS Kearsarge, il vicepresidente JD Vance ha tenuto un discorso per il 250° anniversario della Marina e della nascita degli Stati Uniti («Respingeremo chi vede solo i peccati dell’America!»: il vice presidente JD Vance parla alla nazi…). Davanti a marinai, Marines, autorità civili e delegazioni di oltre cinquanta Paesi, Vance ha intrecciato memoria storica e retorica patriottica, evocando figure emblematiche della storia americana per celebrare la cooperazione tra cittadini come motore della grandezza nazionale.

La parte conclusiva dell’intervento è risultata la più interessante e, al tempo stesso, la più discutibile. Qui Vance ha introdotto un’argomentazione di taglio teologico contro gli accusatori dell’America, facendo appello al perdono cristiano. Pur non citandole espressamente, Vance ha inteso certamente criticare le voci della cultura Woke e della Cancel culture, che vorrebbero rileggere criticamente la storia, in particolare quella americana. Se le riserve verso certe derive culturali — specie quando esasperate — possono apparire condivisibili (vedi), desta perplessità la retorica di Vance contro le critiche ai «peccati dell’America», soprattutto quando si appoggia a pretese argomentazioni teologiche.

Secondo Vance, accanto alle celebrazioni unanimi dell’America si leveranno «voci piccole ma rumorose» che insisteranno non sulla grandezza nazionale, ma sulle sue imperfezioni. Questi critici descriveranno l’America come un luogo dove i deboli lottano contro i forti, e ogni progresso come una vittoria “a somma zero” dei senza potere sui potenti. Tali critici, ha aggiunto, «parleranno dei peccati dell’America con la rabbia e lo zelo di un predicatore di fuoco e zolfo, ma senza alcuna traccia della grazia o del perdono che devono caratterizzare la fede cristiana».

Secondo Vance, costoro fraintendono l’essenza dell’America: un Paese costruito da soggetti imperfetti, eppure capaci dell’eroismo che ha generato la «civilizzazione più orgogliosa della storia».

L’argomentazione, pur ben costruita, non convince del tutto, soprattutto nel suo appellarsi alle categorie della grazia e del perdono cristiano. Per chiarire il punto, è utile confrontare l’uso del concetto di perdono nel discorso di Vance con quello presente nell’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV.

Per Vance, la disposizione al perdono è sostanzialmente ciò che manca ai detrattori dell’America: egli invoca la grazia cristiana per chiedere che le critiche siano temperate e, in ultima analisi, relativizzate.

Per Vance, la disposizione al perdono è ciò che manca ai detrattori dell’America: egli invoca la grazia cristiana per chiedere che le critiche siano temperate e, in ultima analisi, relativizzate. Nella Magnifica humanitas, il Papa non nega certo il dovere cristiano di “concedere il perdono”, ma insiste soprattutto sulla necessità di “chiedere perdono”, anche a nome della propria società, per fondare una convivenza più giusta. “Esigere il perdono”, come fa Vance, diventa un escamotage per sottrarsi al giudizio della storia. “Chiedere perdono”, come testimonia Leone XIV, è l’atto di verità che accetta di sottostare a quel giudizio.

È emblematico quanto il papa afferma, chiedendo perdono, a proposito della mancata condanna della schiavitù: «non possiamo negare o minimizzare il ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù […]. Si tratta di una ferita nella memoria cristiana a cui non possiamo considerarci estranei. È inevitabile provare un profondo dolore considerando l’enorme sofferenza e umiliazione che la schiavitù ha significato per tante persone, in contrasto con la loro dignità senza limiti, amata infinitamente dal Signore. Per questo, a nome della Chiesa, domando sinceramente perdono» (MH 176). È un paradigma di «purificazione della memoria» (cf. IM 13) che contrasta frontalmente con la retorica autoassolutoria di Vance.

Se il Wokismo e la Cancel culture possono giungere a esiti discutibili, una sana purificazione della memoria – sul paradigma offerto dal magistero cattolico e anglicano (C of E setting up £100m fund to ‘address past wrongs’ of slave trade links | Anglicanism | The Guardian) – potrebbe aiutare l’America a evitare l’inganno dell’autoassoluzione patriottica e a riconoscere con verità le proprie ferite per trasformarle in responsabilità condivisa: una sfida epocale di fronte alle nuove gravi violazioni della dignità umana che oggi, in America come altrove, si vorrebbero misconoscere, o magari giustificare nel nome del patriottismo.

In questo quadro, è inquietante che, a pochi giorni dal discorso di Vance, il segretario di Stato Marco Rubio abbia spostato la pretesa ingiudicabilità degli USA dal piano morale al piano del diritto internazionale. Il 13 luglio, in un video su X (vedi) e in un editoriale sul Wall Street Journal (Marco Rubio: Why We’re Dismantling the International Criminal Court – WSJ ), Rubio ha promesso di “smantellare” la Corte penale internazionale, definendola una minaccia alla sovranità americana. Secondo Rubio, la CPI avrebbe oltrepassato il proprio mandato, interferendo con il sistema politico e giudiziario degli Stati Uniti. L’amministrazione USA intende fare pressione sugli altri Paesi affinché si ritirino dalla CPI e ne interrompano i finanziamenti, senza escludere misure diplomatiche verso gli Stati che non respingeranno la giurisdizione della Corte pur ricevendo assistenza americana.

Suonano quanto mai pertinenti le parole di Leone XIV, ancora nella Magnifica humanitas: «La forza del diritto internazionale viene così sostituita dal preteso “diritto del più forte”, e i suoi strumenti – dai tribunali competenti sui crimini di guerra alle corti chiamate a dirimere le controversie tra Stati – vengono spesso aggirati o indeboliti, con conseguenze devastanti sulla cultura politica e sulla convivenza» (MH 202). Un monito che in questi giorni appare straordinariamente attuale.

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