di Leonardo Salutati · L’ultima enciclica del Papa, Magnifica humanitas, oltre all’entusiastica accoglienza ha ricevuto anche critiche di incoerenza sul tema della guerra affrontato nel 5° capitolo, perché pur dichiarando «il superamento della teoria della ‘guerra giusta’, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra» (n. 192) e contestando la «cultura della potenza» (n. 182) che toglie ogni freno alla guerra, promossa a «prosecuzione naturale della politica» (n. 193), allo stesso tempo ribadisce «il diritto alla legittima difesa» (n. 192), con le stringenti limitazioni previste al n. 2309 del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Tuttavia, Papa Leone, come i suoi predecessori, è pienamente consapevole che la realtà del peccato impedisce il bando assoluto dei conflitti armati e il raggiungimento della tanto desiderata pace. Bisogna infatti realisticamente ricordare che rischia di essere fuorviante, seppur in buona fede, soffermarsi sul richiamo al desiderio e al dovere della pace che, senza essenziali e indispensabili precisazioni, espone al pericolo di fraintendimenti e di strumentalizzazioni e alla percezione del conseguimento della pace come di qualcosa che effettivamente possa essere realizzato prima dell’ultimo giorno.
Nella visione cristiana, infatti, la pace è una realtà ben definita. S. Giovanni XXIII nella Pacem in terris ricorda che: «La Pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio» (n.1). Papa Francesco ha felicemente sintetizzato cosa questo significhi durante l’Angelus del 4 gennaio 2015: «La pace non è soltanto assenza di guerra, ma una condizione generale nella quale la persona umana è in armonia con sé stessa, in armonia con la natura e in armonia con gli altri» (e in armonia con Dio aggiungiamo noi). Un’armonia purtroppo, ostacolata dalla dimensione del peccato.
S. Paolo VI nel celebre discorso all’ONU (4.10.1965) dove dichiarò: «non gli uni contro gli altri, non più, non mai! (…) “L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità” (…) non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità!», dovette anche ricordare poche righe dopo: «Finché l’uomo rimane l’essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie, purtroppo» (n. 5).
Il Concilio Vaticano II, con Gaudium et spes, pur considerando esaurita la possibilità di applicare la dottrina della guerra giusta, dopo aver precisato che: «La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse; essa non è effetto di una dispotica dominazione, ma viene con tutta esattezza definita “opera della giustizia”» (GS, n. 78), deve constatare che è ingenuo, se non empio, ritenere che prima dell’ultimo giorno possa instaurarsi un regime che liberi la vita sociale da ogni forma di male e che, dunque, renda superflua la disponibilità di una forza militare a protezione del diritto, nella forma di credibile minaccia di sanzione, a livello locale e ancor di più a livello internazionale (si vedano i nn. 37 e 79).
S. Giovanni Paolo II, nel Messaggio per la giornata mondiale della pace del 1982 ricordava: «pur spendendosi con ardore per prevenire la guerra o per porvi termine, il cristiano non si illude sulla sua capacità di far trionfare la pace (…) non ignorando che disegni di aggressività, di egemonia e di manipolazione degli altri sono latenti nel cuore degli uomini e talvolta, anzi, nutrono segretamente le loro intenzioni, (…) sa che sulla terra una società umana totalmente e per sempre pacificata è purtroppo un’utopia, e che le ideologie che la riflettono, come se potesse essere facilmente raggiunta, alimentano speranze irrealizzabili (…) È questa la ragione per cui il cristiano, (…) non esita a ricordare, in nome di una elementare esigenza di giustizia, che i popoli hanno il diritto ed anche il dovere di proteggere, con l’uso di mezzi proporzionati, la loro esistenza e la loro libertà contro un ingiusto aggressore». Nel Messaggio del 1984 affermava ancora: «l’uomo di pace ha il coraggio di difendere gli altri che soffrono e rifiuta di capitolare davanti all’ingiustizia, di compromettersi con essa; e, per quanto ciò sembri paradossale, anche colui che vuole profondamente la pace rigetta ogni pacifismo che equivalga a debolezza o a semplice mantenimento della tranquillità».
Papa Francesco pur condannando più volte il ricorso alla guerra, nell’agosto del 2014, parlando con i giornalisti nell’aereo che lo riportava a Roma, di fronte al massacro di civili in Iraq e in Siria, pur con tutta una serie di puntualizzazioni, richiamò anche il dovere di fermare l’ingiusto aggressore: «dove c’è un’aggressione ingiusta, posso soltanto dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. (…) Fermare l’aggressore ingiusto è lecito» (18.08.2014).
Tali affermazioni sono ancora più comprensibili se consideriamo che non è immediatamente estensibile alle Istituzioni sociali la logica che vale per i comportamenti individuali, a cominciare dal porgere l’altra guancia. A tal proposito S. Giovanni Paolo II ricordava in Evangelium vitae (1995) che non tutti potranno rinunciare al diritto di difendersi, perché ciò è possibile «solo in forza di un amore eroico, che approfondisce e trasfigura lo stesso amore di sé, secondo lo spirito delle beatitudini evangeliche nella radicalità oblativa di cui è esempio sublime lo stesso Signore Gesù» (n. 55), aggiungendo immediatamente dopo che: «D’altra parte, “la legittima difesa può essere non soltanto un diritto, ma un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile”» (n. 56).
In definitiva, vi è continuità nel Magistero della Chiesa nel ritenere che «La pace è sempre opera della giustizia. Ma d’altra parte è anche frutto della carità, dell’amore» (Giovanni Paolo II, Discorso, 17.02.1991); nella consapevolezza che: «la giustizia è inseparabile dalla carità, intrinseca ad essa. La giustizia è la prima via della carità o “la misura minima” di essa (…) la carità esige la giustizia: il riconoscimento e il rispetto dei legittimi diritti degli individui e dei popoli. Essa s’adopera per la costruzione della “città dell’uomo” secondo diritto e giustizia» (Caritas in veritate, n. 6). Diritto e giustizia che richiedono di essere difesi, anche con la forza, da coloro che pervicacemente ne attentano l’applicazione e che portano la Chiesa ad affermare che: «Non si arriva alla pace se non attraverso l’amore. Noi non siamo pacifisti, non vogliamo la pace ad ogni costo» (Giovanni Paolo II, Discorso, 17.02.1991).

